Editoriali e newsletters dei siti amici

 

 

 

 

 

 

 

                                       QUALE NUOVA FALSA SINISTRA?

Dalle storiche giornate elettorali del 13 e 14 aprile scorso - a seguito delle quali la falsa sinistra è stata cancellata dalla rappresentanza parlamentare - nelle forze della ex Sarc si sta procedendo alla resa dei conti, chi con maggior clamore chi sotto silenzio mediatico. Detto che alla seconda categoria sembra appartenere solo il Pdci, che comunque appare aver assorbito bene il colpo, resta da vedere il resto delle formazioni in campo. I Verdi praticamente non esistono più e, per la maggior parte, si preparano ad entrare nel partito sedicente democratico: potrebbe restare fuori l’area movimentista che fa capo all’ex sottosegretario all’Economia - Paolo Cento - ed al ‘momentaneamente parlamentare’ pacifista, il bolognese Mauro Bulgarelli; è probabile che la collocazione di questi ultimi sarà determinata da quale sarà il futuro di Sd e di Rc-Se.

Sd appare anch’essa momentaneamente disconnessa dal mondo reale: l’ultimo atto pubblico, a nostra conoscenza, nel quale compare è la sostituzione del vecchio coordinatore, Fabio Mussi, con quello nuovo: Claudio Fava. Come è ormai prassi il partito che subisce il maggior travaglio è Rifondazione: il congresso di luglio, infatti, vedrà fronteggiarsi ben cinque mozioni alternative. La prima, firmata da Maurizio Acerbo, vede l’area degli ex Dp insieme con i grassiani di Essere Comunisti e gli ex ferrandiani di Controcorrente; vede come titolo “Rifondazione comunista in movimento. Rilanciare il Partito, costruire l’unità a sinistra. Questo congresso. L’impegno unitario come scelta di libertà”.  La seconda, quella firmata da Nichi Vendola, è sostenuta dalla ex maggioranza bertinottiana, con l’aggiunta di alcuni “critici” che hanno proposto degli emendamenti, gli ex dell’area di Sinistra Critica quali Salvatore Buonadonna; il titolo è “Manifesto per la rifondazione”. La terza, quella di Claudio Bettarello, vede schierata l’area dell’Ernesto; è intitolata “Rifondare un Partito comunista per rilanciare la sinistra, l’opposizione e il conflitto sociale”.

La quarta, quella firmata da Claudio Bellotti, è contrassegnata Falce Martello; titolo del documento “Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista”. La quinta è sostenuta da un gruppo di battitori liberi con in testa l’ex bertinottiano Franco Russo; titolo “Disarmiamoci: liberi/e, pacifici/che per un congresso di discontinuità e radicalità”. Stante l’imponente frazionamento di forze tra i documenti, si prevede un congresso dove ‘grande sarà il disordine sotto il cielo’.

Certo, le fasi preparatorie non aiutano a mantenere l’atmosfera calma e rilassata: infatti, sin da subito, sono scoppiate le polemiche tra i sostenitori dei primi due documenti, che si prevede saranno quelli che si daranno battaglia per la vittoria del congresso, con accuse reciproche di colpi bassi.

Da una parte i ferreriani accusano gli avversari di voler sciogliere il partito in un grande contenitore di una indefinita falsa sinistra, dall’altra i vendoliani respingono categoricamente l’accusa e rilanciano puntando il dito sulla mancanza di autocritica da parte della nuova maggioranza.

Brevemente facciamo il punto su quanto proposto dagli altri documenti in campo.

La terza mozione, quella come detto sostenuta dai leninisti dell’Ernesto, propone l’adesione alla “costituente comunista” in modo da ricomporre la frattura che nel 1998 ha portato alla nascita del Pdci, le cui ragioni sono oggi - a detta loro - superate dagli eventi. La quarta mozione - quella dell’area trotzkista Falce Martello - propone, oseremmo dire naturalmente, il ritorno del partito alla cultura dell’opposizione a qualunque governo borghese.

La quinta propone una immersione tout court nei movimenti, per il ritorno all’unica linea che loro considerano vincente.

Per finire torniamo alle prime due posizioni poiché, dopo aver attentamente letto i documenti, ci troviamo in assoluto accordo con quanto affermato da Claudio Bellotti in una recente intervista a “Liberazione”: anche noi non riusciamo a capire quali siano le differenze politiche sostanziali tra le due posizioni; non è un caso, ci pare, che i vari esponenti delle due mozioni si scambino accuse di aver copiato parte dello scritto altrui. A ben vedere, però, una differenza si nota: nel titolo della seconda mozione non compare, e sappiamo che in politica le sfumature sono la parte importante di una dichiarazione, l’aggettivo ‘comunista’, come se fosse intenzione degli ex bertinottiani fuoriuscire definitivamente dalla tradizione del movimento operaio. D’altra parte questa nostra sensazione è corroborata anche da una recentissima dichiarazione di Baffetto da Gallipoli che nei giorni scorsi è entrato a gamba tesa negli affari interni di un altro partito auspicando la vittoria della posizione di Vendola in quanto questa porterebbe alla nascita di una sinistra responsabile (leggasi subalterna al Pd) - formata dai vendoliani e da Sd - che isolerebbe definitivamente la falsa sinistra sedicente comunista.

Torino, 28 marzo 2008

 

Stefano Ghio - Torino

 

 

 

LA RETE DEI COMUNISTI E LA RIVISTA NUESTRA AMERICA IN VENEZUELA,

UNO DEI FRONTI PIUAVANZATI NELLA COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO

 

REPORT

 

Una delegazione della Rete dei Comunisti e della redazione di Nuestra America, è tornata da pochi giorni da un importante viaggio in Venezuela, intenso di incontri politici, culturali, sindacali e istituzionali.

Tale viaggio si colloca in un periodo di intensa attività internazionale che ci ha permesso di documentare e di intensificare le relazioni in questi primi mesi del 2008 con le varie realtà di partiti, organizzazioni e movimenti che concretamente si stanno muovendo nella costruzione del socialismo del XXI secolo.

Questa delegazione in Venezuela, fa seguito ad una delegazione molto importante a Cuba nel febbraio scorso, alla partecipazioni ad alcuni incontri tenutisi a Parigi sulla liberazione dei 5 agenti dell’antiterrorismo cubano, sulla realtà politico-economica del Venezuela con le Associazioni europee di solidarietà, ad incontri a Londra, a Madrid e nei Paesi Baschi dove abbiamo partecipato a seminari, conferenze e importanti dibattiti  sulla competizione globale che sta imponendosi e sulle ipotesi in campo sulla costruzione del socialismo del XXI secolo. In molti di questi incontri  è stata presentata la rivista Nuestra America e sono stati consolidati i legami di collaborazione politici e culturali con le organizzazioni politiche e di solidarietà, con i movimenti di classe europei e latino-americani.

Questo ultimo viaggio in Venezuela ci ha permesso di conoscere meglio e di confrontarci con uno dei fronti più avanzati dello scontro di classe dove si sta costruendo concretamente  un processo di transizione socialista .

 

Gli incontri con le organizzazioni e le istituzioni bolivariane

La delegazione ha avuto l’opportunità di effettuare incontri con organizzazioni politico-sindacali e istituzionali discutendo dei temi delle politiche economiche di alternativa che si stanno realizzando in Venezuela, trasformando il paese in una dimensione anticapitalista e di comprendere meglio come si sta costruendo il Partito Socialista Rivoluzionario convogliando in questo tutti i movimenti bolivariani, dei lavoratori e a favore di Chavez.

Abbiamo avuto anche molti incontri con il Ministero della Cultura e con la Rete Internazionale di Intellettuali in Difesa dell’Umanità partecipando anche a conferenze, dibattiti, trasmissioni radio e con interviste rilasciate anche a importanti quotidiani nazionali. In questi incontri abbiamo portato il rispetto, l’interesse e la solidarietà nostra e dei movimenti di classe europei, ai governi rivoluzionari di Cuba, Venezuela e della Bolivia e a tutti i popoli che combattono per la loro autodeterminazione e contro l’ingerenza imperialista. Centrale è stato il tema della difesa del processo di democrazia partecipativa in Bolivia e dell’attacco che le oligarchie, le multinazionali e il governo degli Stati Uniti stanno portando ad Evo Morales e al combattivo popolo boliviano attraverso l’incostituzionale referendum nella regione di Santa Cruz, dove si sta operando un tentativo per abbattere un processo di indipendenza e autodeterminazione che il popolo boliviano sta portando avanti. Il tentativo è la balcanizzazione della Bolivia e purtroppo la cosa si può allargare al resto dell’America Latina. È la guerra economica che impongono le multinazionali statunitensi e gli Stati Uniti; infatti il referendum istituzionale tenta di permettere il distacco delle zone più ricche per creare un problema economico e politico al paese, con il fine di interrompere il processo di autodeterminazione e quindi di creare il Kossovo dell’America Latina per permettere all’imperialismo economico e militare degli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza nell’area.

 

Il confronto con il Partito Comunista del Venezuela

I riferimenti principali per questi incontri sono stati i movimenti chavisti che oggi si stanno unificandosi all’interno del PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela). Abbiamo avuto anche degli incontri molto positivi con il Partito Comunista del Venezuela (PCV), che da sempre appoggia Chávez, ne riconosce la leadership, dà forza e aiuta questo processo di unificazione dei movimenti chavisti che fanno parte del PSUV, salvaguardando al contempo la propria storia e identità. Il PCV è un partito che rappresenta elettoralmente circa il 3%, e ha una grossa incidenza nella storia venezuelana, nelle strutture di movimento, nel sindacato e tra i lavoratori. Negli incontri con i diversi responsabili delle strutture del PCV era d’obbligo discutere del risultato elettorale che c’è stato in Italia il 13 e 14 aprile e dare una spiegazione sul fatto che la Sinistra Arcobaleno, la cosiddetta sinistra radicale, abbia subito una profonda sconfitta, proprio perché, a differenza del PCV non sono dentro la società e non ne interpretano le trasformazioni. Trasformazioni che a  volte  avvengono in modo diverso da quello che è il tradizionale bagaglio culturale e storico del movimento comunista. Mentre la sinistra radicale italiana ed europea si è trasformata in un apparato elettoralista e non è più nelle lotte, nei movimenti e non interpreta le trasformazioni organizzandole in termini di classe, i compagni del PCV ci hanno spiegato come insieme al PSUV e agli altri movimenti stiano cercando di integrare le tradizioni dei movimenti operai e proletari con la tradizione e la cultura locale e degli indios, svolgendo un lavoro importante di radicamento e di formazione.

Abbiamo così potuto rafforzare le relazioni con il Partito Comunista del Venezuela, relazioni che già erano intense e forti ma che attraverso il continuo dibattito si sono ancor più consolidate.

 

Le dinamiche sociali in atto nel Venezuela

Sempre sul piano politico è stato molto interessante capire anche le dinamiche sindacali e il processo di unità confederale in atto. Ora si sta tentando un percorso di unità sindacale anche considerando che la vecchia confederazione dei lavoratori in Venezuela era molto condizionata dall’occidente, dai poteri forti, dal consociativismo e dalla concertazione e dalla corruzione. Riaffermare tra i lavoratori un percorso per ridare una forte credibilità ad un sindacato di classe, è un gran lavoro che i compagni venezuelani stanno portando avanti con effetti positivi ed identitari tra i proletari e la classe operaia.

Abbiamo avuto il piacere  di partecipare alla festa del 1 maggio, non una festa come qui in Europa e in Occidente di canti e di piazze per i concerti, ma la vera festa dei lavoratori con un corteo combattivo di centinaia di migliaia di lavoratori che ha attraversato tutta Caracas, con spezzoni di varie federazioni e categorie, con grande volontà di lotta antimperialista e per l’autodeterminazione. Continui erano gli  slogan e le rivendicazioni a favore delle nazionalizzazioni; in Venezuela questo problema è centrale per i lavoratori perchè determina concretamente la riappropriazione dei mezzi di produzione . Durante il corteo tutti  hanno accolto con entusiasmo le decisioni che Chavez aveva comunicato il giorno prima. Infatti il 30 aprile, all’interno del Teatro Teresa Carreño davanti a circa 1500 lavoratori, il Presidente Chavez ha ribadito l’importanza delle lotte di classe e la centralità del proletariato, della classe operaia nella costruzione della rivoluzione bolivariana socialista . In questa occasione Chávez ha firmato un decreto per un aumento del 30% monetario di tutti i salari minimi,  diventando così il Venezuela il paese in America Latina  con il salario minimo più alto. Inoltre c’è stato un grande aumento del salario non monetario, cioè Chavez ha riconosciuto un forte ticket alimentare per tutti i lavoratori, accompagnato alla gratuità di tutti i servizi essenziali: scuole, università, sanità ecc. Complessivamente la somma dell’aumento del salario diretto e di quello indiretto porta il salario medio minimo del Venezuela ad essere il 75% più alto delle medie latinoamericane; siamo a dei livelli ormai vicini, anzi migliori in termini complessivi di potere d’acquisto dei salari minimi europei.

Sempre durante l’incontro del 30 aprile, dopo la nazionalizzazione delle imprese del petrolio che era avvenuta qualche anno fa, Chavez ha decretato la nazionalizzazione del sistema siderurgico; questo è molto importante perché nell’Orinoco la siderurgia è un sistema strategico.

 

Importanti sono state anche le visite della delegazione alle Missioni di alfabetizzazione e scolarizzazione, di ospedalizzazione che si accompagnano ad un’opera di ricostruzione di quartieri in cui la vivibilità è a misura della dignità dell’uomo con tutti i servizi essenziali gratuiti.  Abbiamo visitato anche i Nuclei di Sviluppo Endogeno che non sostituiscono le Missioni ma si accompagnano ad esse nei luoghi dove ci sono forti sacche di povertà ed emarginazione. Viene fatto una specie di quartiere-servizi in cui c’è una scuola, una clinica medica, un mercal ( i mercati statali a con i beni di prima necessità a prezzo politico aperti a tutti e per le quantità desiderate), un luogo per la ricreazione dei bambini e un centro anziani. Mentre le Missioni hanno un’ottica di creare le infrastrutture a medio lungo termine, i Nuclei invece risolvono il problema formativo, di socializzazione e sanitario immediato.

 

La Rivoluzione in corso

Negli ultimi anni siamo stati altre volte in Venezuela ma abbiamo potuto verificare sempre di più come si tratti di una rivoluzione vera che sta andando avanti con una forte caratterizzazione socialista, e come in tutte le rivoluzioni si sviluppano processi di transizione che hanno all’interno ancora una contraddizione grande - poiché la lotta di classe è viva e non può essere abrogata per decreto - in quanto c’è un’opposizione minoritaria e oligarchica che però è ancora molto potente grazie ai soldi e all’appoggio delle multinazionali statunitensi, una oligarchia che ancora oggi è presente nei settori nell’esercito, nei settori statali, nelle imprese, nell’economia, nell’informazione (giornali e televisioni); una minoranza del paese che si oppone al grande blocco sociale rivoluzionario bolivariano e cerca di riportare il paese verso l’imperialismo e il controllo statunitense.

La lotta di classe è diretta e continua, rafforzando la rivoluzione bolivariana  il socialismo avanza e soprattutto quel socialismo del XXI secolo che non è una parola, una entità astratta,  ma una concretezza basata sulle nazionalizzazioni, sul lavoro per tutti con un degno salario, sulla redistribuzione del reddito, sulla gratuità dei servizi, sulla centralità del movimento delle donne e degli indios, con la grande idea di integrazione continentale, perché solo con un’America Latina forte e socialista ci si può contrapporre allo strapotere dell’imperialismo.

Da parte nostra continueremo  a dare pieno appoggio e solidarietà politica alla rivoluzione bolivariana socialista di Chavez e a dar forza a tutti quei paesi che si muovono lungo il percorso di costruzione del socialismo del XXI secolo.

 

 

La Rete dei Comunisti ; la redazione di Nuestra America

 

 

 

 

 

Vietate e illegali le benedizioni pasquali

I preti non potranno più andare a benedire le case, per sentenza della Corte Europea

 

STRASBURGO - La Corte Europea dei Diritti Umani ha affermato che “la libertà di manifestare le proprie convinzioni religiose comporta anche un aspetto negativo, ovverosia il diritto dell’individuo di non essere costretto a manifestare la propria confessione o i propri convincimenti religiosi e di non essere costretto ad agire in modo che si possa desumere che egli ha - o non ha - tali convincimenti. Le autorità statali non hanno il diritto di intervenire nella sfera della libertà di coscienza dell’individuo e di indagare sui suoi convincimenti religiosi, o di costringerlo a manifestare i suoi convincimenti in merito alla divinità. Questo è tanto più vero nel caso in cui una persona è costretta ad agire in tal modo allo scopo di esercitare certe funzioni, segnatamente in occasione della prestazione di un giuramento”. La Corte Europea con sentenza del 21 febbraio 2008 ha condannato la Grecia per aver costretto l’avvocato Arret Alexandridis a manifestare i propri convincimenti religiosi in occasione della prestazione del giuramento previsto per l’inizio della sua attività forense (la formula del giuramento, infatti, era predisposta in modo tale da far supporre che il giurante fosse di fede cristiano-ortodossa). La sentenza rende palese la violazione del diritto di libertà religiosa da parte delle varie confessioni religiose a cominciare dai preti della Chiesa cattolica che, durante il periodo pasquale, si presentano alle case per ‘benedirle’, oppure dei Testimoni di Geova che suonano ai campanelli per fare opera di conversione. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni dovrà emanare direttive atte a che simili illecite attività cessino. Dal Ministero dell’Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla CEI Conferenza episcopale italiana e ai Testimoni di Geova affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche, con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa (la CEDU ha liquidato 2.000 euro, nel caso di specie). Contrariamente, c’è il rischio che ogni cittadino possa sporgere denuncia penale contro qualsiasi prete della Chiesa cattolica e contro i Testimoni di Geova che si presentassero alla porta. Per scaricare la Sentenza integrale della Corte Europea: http://olir.it/ricerca/index.php?Form_Document=4616

 

    

 

BERLUSCONI, PADRONATO E BUROCRAZIE
PREPARARANO UN NUOVO ATTACCO AI LAVORATORI
Contro il nuovo modello contrattuale, per la difesa del salario, dei diritti e delle tutele
 

di  Fabiana Stefanoni e Antonino Marceca
 
Giornali e telegiornali mercoledì 7 maggio hanno dato due notizie che certamente non hanno rassicurato la parte più cosciente dei lavoratori e delle lavoratrici del Paese: da un lato la presentazione dei ministri del quarto governo Berlusconi, dall'altro lato il fatto che le segreterie di Cgil, Cisl e Uil hanno elaborato un documento unitario sul nuovo modello contrattuale.
Tra le due notizie c’è una forte correlazione: le burocrazie sindacali, dopo aver garantito la pace sociale al governo Prodi, si preparano ora a garantirla al governo Berlusconi. Questo pertanto -come ha dichiarato la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia - potrà tranquillamente portare avanti politiche antioperaie senza l’opposizione della Cgil, passata dal sostegno al "governo amico" alla teoria che "tutti i governi" sono amici.
 
I primi annunci del quarto governo Berlusconi
Il nuovo ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, dopo aver lodato il suo predecessore al ministero, Cesare Damiano, per aver difeso a spada tratta la legge 30, si è reso disponibile ad affidare la presidenza della Commissione Lavoro a Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd, che nei suoi editoriali sul Corriere della Sera si è sempre battuto per la drastica riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Non di meno, il nuovo ministro ha elogiato il documento unitario di Cgil, Cisl e Uil ma, soprattutto, ha fatto notare la sua vicinanza alle posizioni espresse da Confindustria in tema di detassazione degli straordinari e dei premi variabili, dando la preferenza alla contrattazione individuale. Il ministro Sacconi intende vestire l'abito di garante della concertazione al tavolo sul nuovo modello contrattuale e sulle modifiche, richieste dalle imprese, sul Decreto per la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Il nuovo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è un esperto nei provvedimenti fiscali a favore di imprese e liberi professionisti, ma dovrà lavorare di concerto col ministro per le riforme federalistiche, Umberto Bossi, che ha elaborato il testo sul federalismo fiscale. Su questo tema, un rapporto dalla Cgia di Mestre (Ve) prevede che le regioni meridionali saranno costrette a tagliare i già scarsi servizi sanitari e sociali e ad aumentare le tasse (Irap, addizionale Irpef, tasse universitarie); in compenso, il ministro delle infrastrutture, Altero Matteoli, annuncia progetto e finanziamenti per il Ponte sullo Stretto.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per garantire la “sicurezza” della piccola borghesia annuncia “misure urgenti” contro il proletariato immigrato, romeni, rom, cittadini extracomunitari. In tema di giustizia, nel trentesimo anniversario dell’assassinio da parte di un commando della borghesia mafiosa del compagno Peppino Impastato, viene nominato ministro Angelino Alfano, amico di Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Sulla politica estera, l’incarico di semplificare le leggi dato a Roberto Calderoli ha complicato, fin da subito, i rapporti con la Libia di Gheddafi, il quale, memore della rivolta di Bengasi a seguito delle vignette e delle dichiarazioni razziste del ministro leghista, non vuole trovarsi - visti anche gli scioperi e le rivolte per il pane in tutto il Nord Africa - con una nuova crisi interna.
 
La questione salariale
Mentre i lavoratori fanno i conti con l’inflazione al supermercato, dove i prezzi degli alimenti aumentano di giorno in giorno (il pane del 13,1%, la pasta del 18,6%), e al distributore, dove cresce vertiginosamente il prezzo dei carburanti, su Repubblica si legge che uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha messo in evidenza che i salari negli ultimi 25 anni hanno subito un drastico crollo a vantaggio dei profitti. Un fenomeno comune ai Paesi europei, ma che vede l'Italia, sulla base di una recente classifica stilanta dall’Ocse, agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda l’importo medio delle retribuzioni nette dei lavoratori.
Il crollo è iniziato con la messa in discussione, a partire dal 1985, della scala mobile dei salari, fino all'abolizione definitiva nel luglio 1992. L'accordo del 23 luglio 1993 tra governo, Confindustria e Cgil, Cisl e Uil ha vincolato le rivendicazioni salariali all’inflazione programmata stabilita con il Dpef dal governo. Ne è seguito l’accumulo nel tempo di un gap tra inflazione programmata ed effettiva. L'Eurispes in un recente studio ha calcolato che dal 2001 la perdita del potere d'acquisto dei salari è stata del 35%. A questa situazione deve essere aggiunta la perdita salariale determinata dall’introduzione dei nuovi contratti precari con il "pacchetto Treu" (1997), la legge Biagi (2003) e infine il Protocollo del 23 luglio 2007. Va da sé che il nuovo modello contrattuale proposto nel documento unitario di Cgil, Cisl e Uil accelererà ancora di più il declino dei salari. Questo documento verrà portato a giugno al tavolo dove siederanno le burocrazie sindacali, le associazioni padronali e i rappresentanti del governo Berlusconi per ulteriori mediazioni al ribasso. La burocrazia sindacale condivide con padronato e governo il percorso di revisione a destra del modello contrattuale concertativo, nato ufficialmente con l’accordo del 23 luglio del 1993. In Cgil solo la minoranza di sinistra ha espresso una posizione contraria. Il documento, definito “storico” da Bonanni (segretario della Cisl) costituisce la base teorica del sindacato unico, aziendalista e corporativo.
Si tratta di una modifica del modello contrattuale concertativo esattamente opposta a quella auspicata dai lavoratori e dalle lavoratrici per aumentare salari, diritti e tutele, per cui sarebbe necessario un modello contrattuale e sindacale conflittuale. Il rapporto tra salari e profitti mostra chiaramente a chi ha giovato il modello concertativo nato nel 1993, ma evidentemente la borghesia italiana, col sostegno della burocrazia sindacale, ha bisogno di un surplus di sfruttamento della forza-lavoro per reggere la concorrenza mondiale e la crisi economico finanziaria internazionale.
 
Il nuovo modello contrattuale
Il documento di Cgil Cisl e Uil nell'affrontare il tema del nuovo modello contrattuale assume i contenuti programmatici di Confindustria e, nei fatti, porta a compimento il protocollo Damiano sul mercato del lavoro del 23 luglio 2007. I contratti nazionali, pubblici e privati, saranno triennali attraverso il "superamento del biennio economico (…) unificando così la parte economica e normativa", un meccanismo che ridurrà ulteriormente i salari.
Il Ccnl, oltre ad assumere i caratteri di un "centro regolatore dei sistemi contrattuali", affida il "sostegno" del salario al concetto di "inflazione realisticamente prevedibile". Questa verrà stabilita ogni tre anni in un "accordo quadro" tra confederazioni sindacali e padronato e su cui dovranno attenersi le categorie: viene peggiorata la prassi concertativa finora utilizzata e che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi di tutta l’Unione Europea.
In questo modo viene espunta la funzione del Contratto nazionale: la difesa dei diritti e delle tutele, la lotta per l'aumento salariale e la funzione solidaristica tra tutti i lavoratori; infatti, solo nel 10% delle aziende (meno del 30% dei lavoratori) si effettua la contrattazione di secondo livello, mentre in tante aziende manca qualsiasi tutela sindacale.
La contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale), rafforzata da misure di “detassazione” e “decontribuzione”, viene definita “accrescitiva”. Un concetto che viene subito esplicitato subordinando eventuali quote di salario agli obiettivi aziendali: produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia. Svuotata ogni vertenza contro il padronato per il salario, rimane la pressione congiunta di padroni e operai, uniti in un rapporto corporativo, sul governo, precisamente... sul fisco: una strada che porterà al taglio del salario indiretto (servizi, scuola, sanità ecc.).
Dopo aver costruito un impianto che prevede la totale subordinazione del lavoro salariato al capitale, la burocrazia sindacale pone paletti a difesa del monopolio della rappresentanza (cioè su quali organizzazioni sindacali hanno diritto a sedere al tavolo delle trattative), introducendo ulteriori restrizioni: per il pubblico impiego viene utilizzata l’attuale normativa, per il settore privato viene indicato il Cnel per la certificazione, utilizzando i dati associativi rilevati dall’Inps e i consensi elettorali risultanti ai verbali elettorali delle Rsu.
Per quanto riguarda l’approvazione degli “accordi bidone” verrà lasciata ampia autonomia alle categorie, mentre per gli accordi confederali verrà seguito il meccanismo truffaldino praticato per l’approvazione dell’accordo del 23 luglio 2007, facendo votare pensionati e lavoratori, ma senza garanzie per chi dissente. E hanno il coraggio di chiamarla democrazia sindacale!
Nel frattempo, la nuova presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, ha dichiarato che di accordi territoriali non se ne parla e che preferisce di gran lunga quelli aziendali e individuali. Il governo Berlusconi da parte sua ha fatto sapere che opererà per la detassazione secca degli straordinari e per rafforzare tutte le voci del salario variabile (premi e incentivi) puntando al rapporto individuale tra azienda e lavoratore: se vuoi incrementare il tuo salario da fame devi lavorare di più e non protestare. Il salario di merito ci riporta indietro agli anni Cinquanta, con le gabbie salariali, l'individualismo, il crumiraggio, il cottimo.
 
Costruiamo un fronte unico di lotta
Dopo che per due anni la sinistra socialdemocratica ha sostenuto il governo Prodi e la sua politica di guerra sociale e imperialista; dopo che la burocrazia sindacale ha tenuto a freno le lotte operaie di fronte agli attacchi del governo e dei padroni, il risultato è stato, come altre volte nella storia, la vittoria elettorale della destra reazionaria, razzista e mafiosa. Una destra che, forte della vittoria, intende scaricare la crisi economica sui lavoratori e sulle masse popolari.
Davanti alla mancanza di una forte direzione sindacale e politica che sappia difendere realmente i diritti dei lavoratori, il padronato incassa e di fronte al documento unitario di Cgil, Cisl e Uil rilancia chiedendo i contratti individuali e le gabbie salariali. Perfino i fascisti si sentono legittimati ad azioni militari nei centri cittadini, come accaduto a Verona.
Di fronte a questo scenario è necessario indicare una strada di resistenza e di lotta che respinga le politiche padronali e del governo, che impedisca che la costruzione di un nuovo modello contrattuale sia il presupposto per l’annullamento del sindacato nel Paese.
Nella Cgil si è manifestata una resistenza della sinistra interna: la maggioranza della Fiom, Lavoro e Società e la Rete 28 aprile hanno espresso contrarietà a questo indirizzo. E' necessario che questa opposizione non sia confinata nelle strutture, ma si esprima nei luoghi di lavoro, respingendo la repressione che la maggioranza di Epifani ha iniziato a mettere in atto, come evidenzia la sospensione dei dirigenti Fiom di Milano.
Sul versante del sindacalismo di base, l'assemblea unitaria del 17 maggio a Milano promossa da Rdb Cub, Confederazione Cobas, SdL segna la volontà di stringere le file e lottare con più forza contro il governo e il padronato, per rilanciare da subito una mobilitazione contro gli attacchi ai diritti dei lavoratori. Riteniamo si tratti di un momento importante, un primo passo per costruire un fronte unico di lotta - operaio e popolare, sindacale e politico - che coinvolga tutte le forze del movimento operaio, le forze politiche della sinistra di classe e il sindacalismo di base.
Serve un fronte unico da costruire nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nei quartieri popolari, sulla base di una piattaforma unificante che sia in grado di unire lavoratori, precari, immigrati, disoccupati, studenti: l'obiettivo è quello della cacciata del governo Berlusconi, dal versante dei lavoratori e della mobilitazione di massa.

* Per la difesa del contratto nazionale, liberato dai vincoli di compatibilità;
* Per un forte aumento dei salari;
* No al carovita, per una nuova scala mobile dei salari e delle pensioni;
* Per l'abolizione delle leggi precarizzanti e la stabilizzazione di tutti i lavoratori precari;
* Per un reale diritto alla casa e per un piano di edilizia popolare;
* Lotta contro gli infortuni e le malattie professionali;
* Per il controllo operaio nei luoghi di lavoro e nei servizi di prevenzione;
* Per i diritti della donna e per servizi sanitari e sociali gratuiti;
* Lotta contro la disoccupazione e per la riduzione dell’orario di lavoro;
* Per il diritto allo studio e conto l’aumento delle tasse universitarie;
* Per la difesa del Tfr;
* Per la riduzione dell’età pensionabile;
* Per la difesa di Scuola, Sanità e Previdenza pubblica.
* Per la nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio delle aziende in crisi.
 
E' una battaglia che, per essere vincente, deve essere portata avanti dal più ampio fronte di lotta, ma che, allo stesso tempo, necessita di un'importante e imprescindibile condizione: l’indipendenza dai padroni e dai governi che ne amministrano gli affari, perché i lavoratori in regime capitalistico non hanno governi amici.
 
 

 


 

 

Nelle parole di Fini c’è la cultura della macelleria di Genova

 

Comunicato della Rete dei Comunisti

 

Le dichiarazioni del neo presidente della Camera Gianfranco Fini, pongono moltissimi interrogativi, uno più inquietante dell’altro. Ritenere meno grave che dei naziskin massacrino a morte di botte un ragazzo che bruciare la bandiera di uno stato come Israele, è una affermazione che mette i brividi, fa suonare sirene d’allarme in ogni piega della società e offende il senso comune. E’ una forma di legittimazione di quella “banalità del male”, spesso evocata ed oggi praticata da cinque figli di famiglie perbene della perbenista Verona impegnati – a modo loro – nella pulizia etnica del loro territorio.

Ma ancora peggiori sono stati i tentativi di Gianfranco Fini di precisare i contenuti di una affermazione più aberrante che infelice. Fini infatti ha replicato ricordando che la sinistra ha perso le elezioni perché ha pagato per le sue posizioni estremiste.

In questo non c’è solo il servilismo degli ultimi arrivati sulla strada della complicità con la politica israeliana contro i palestinesi, c’è il cinismo dell’odio politico contro gli avversari e contro qualsiasi espressione della sinistra nel nostro paese, un odio compresso e nascosto fino ad oggi per causa di forza maggiore e che adesso può essere manifestato senza il timore di pagarne un prezzo politico e di immagine.

E’ questo cinismo e questo odio contro la sinistra, i suoi attivisti e le sue manifestazioni che fa tornare la mente alla cabina di regia della macelleria messicana scatenata contro i manifestanti a Genova nel luglio di sette anni fa.

In molti, in Italia e all’estero, si sono domandati che cosa potesse aver scatenato tra le forze dell’ordine le brutalità e le violenze che abbiamo visto per le strade di Genova, nella caserma di Bolzaneto o alla scuola Diaz. Una spiegazione – parziale ma a questo punto emblematica – oggi ce la offrono le dichiarazioni di Gianfranco Fini che a Genova stava nella cabina di comando delle operazioni repressive.

Gianfranco Fini deve sapere chiaro e forte che in questo paese nessuno accetterà supinamente di rinunciare alla propria identità politica, alla propria storia e alla difesa della libertà di espressione politica, incluso il diritto e il dovere di mettere sotto accusa la politica di apartheid e di occupazione militare e coloniale che Israele pratica da sessanta anni contro la popolazione palestinese. Allo stesso modo riaffermiamo che sarà respinto ogni tentativo di minimizzare lo squadrismo neonazista riducendolo ad un fenomeno di bullismo. Non c’è più la voglia né il tempo di scherzare.

Sabato 10 maggio saremo in piazza a Torino anche per riaffermare che essere antifascisti significa anche lottare contro una ideologia colonialista e razzista come il sionismo.

 

6 maggio 2008

 

La Rete dei Comunisti

www.contropiano.org

 

Ma chi lo paga ? perche' ormai c'e' da chiederselo, visto che ha fatto di tutto per far perdere la sinistra. Parlo di Bertinotti.All'inizio ha imposto che, nel simbolo, non ci fosse nessun riferimento grafico alla falce e martello. Contro ogni logica elettorale, la quale afferma che questo simbolo avrebbe portato almeno il 2% in piu'. Poi a Strasburgo, tre settimane fa, ha dichiarato che "la sinistra l'arcobaleno non avrebbe avuto un buon risultato", cosi', tanto per dare fiducia. Infine ieri l'altro Bertinotti continua a fare dichiarazioni per perdere voti. Le spara sempre piu' grosse per far perdere: "nel nuovo soggetto unitario il comunismo e' solo una tendenza culturale". Alle dure reazioni del Ministro Ferrero e di Grassi della segreteria nazionale del Prc, quelle della senatrice Palermi: "il Pdci mantiene autonomia e identita' comunista oggi e domani" e di Marco Rizzo: "non c'e' sinistra senza i comunisti", aggiungo una mia: chi lo paga, politicamente, per far perdere la lista "la sinistra-l'arcobaleno"? Roberto Galtieri.

 

 

Il 10 maggio tutti a Torino

Contro la complicità italiana con i crimini di Israele

comunicato della Rete dei Comunisti

 

A pochi giorni dalla schiacciante vittoria elettorale nazionale e locale del centrodestra, la manifestazione indetta il 10 maggio a Torino contro la dedica ad Israele della Fiera del Libro di quest’anno rappresenta il primo appuntamento di lotta e mobilitazione contro un nuovo governo che è stato immediatamente salutato dalle autorità di Tel Aviv come “il miglior amico in Europa” della causa sionista.

Nel 60° anniversario della catastrofe palestinese l’invito ad Israele da parte dell’Ente Fiera e delle autorità politiche locali - tutte di centrosinistra! – rappresenta un’ennesima provocazione che non può passare sottosilenzio. La mobilitazione delle massime autorità dello Stato italiano e della grande stampa a copertura di questa operazione di propaganda israeliana dimostra l’importanza di questo appuntamento all’interno di una strategia che mira a spostare la politica estera italiana verso un sostegno ancora più esplicito - mediatico, economico, politico e militare – alle politiche genocide e coloniali di Israele contro il popolo palestinese e tutti i popoli del Medio Oriente. L’annuncio da parte di Berlusconi di voler cambiare le regole d’ingaggio del contingente militare italiano schierato nel sud del Libano, in modo che possa attivamente operare il disarmo o almeno il contenimento della resistenza nazionale e islamica, la dice lunga sui progetti del nuovo governo.

Al tempo stesso, sulla Fiera del Libro di Torino si gioca il tentativo da parte dell’ ”ospite d’onore”  Fausto Bertinotti di rientrare in scena “da destra”, proponendosi come punta di lancia di una operazione propagandistica mirante a dipingere Israele come “un luogo dello spirito” impossibile quindi da criticare mediante le categorie della politica. Nel tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità dopo il fallimento di una linea politica liquidazionista di cui è stato il principale artefice, Bertinotti tenta ora di porsi ad un livello superpartes che lo renda una sorta di “padre nobile” di una sinistra che però utilizza sempre più i discorsi e le categorie analitiche della destra. Per questo bene hanno fatto i militanti dei centri sociali, dei sindacati di base e degli stessi partiti della sinistra a contestarne la presenza in piazza il Primo Maggio proprio a Torino.

Lo abbiamo affermato in questi anni e lo ripetiamo: di fronte all’inedia, quando non all’attiva complicità delle istituzioni e delle forze politiche nei confronti dei crimini commessi quotidianamente da Israele, non rimane che la contestazione, la denuncia, la mobilitazione. Il boicottaggio della Fiera di Torino rappresenta un legittimo e sacrosanto mezzo di lotta politica contro una scelta che riteniamo vergognosa, sbagliata e colpevole.

Il 10 maggio saremo ancora una volta a fianco dei diritti e della resistenza del popolo palestinese e per chiedere la fine di ogni forma di complicità militare, economica, diplomatica dell'Italia con Israele.

 

2 maggio 2008

 

La Rete dei Comunisti

www.contropiano.org

 

 

 

Editoriale. E’ saltato il tappo. Per leggere il testo integrale clicca su http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Aprile08/30-04-08SaltatoTappo.htm

 

 

SODDISFAZIONI

E’ inutile nasconderlo: siamo soddisfatti del voto di questa tornata delle elezioni amministrative. A Massa il nuovo sindaco è un dissidente del Pd - Roberto Pucci - che, alleato alla Sarc, ha impallinato il candidato ufficiale del Pd; a Vicenza è stato eletto primo cittadino Achille Variati, anche lui del Pd ma con una importante connotazione contraria alla nuova base yanqui in città; a Viterbo l’ex tesoriere  dei DS - Ugo Sposetti - ora nel Pd, è stritolato dal suo avversario e prende appena il 33 per cento dei suffragi. Insomma: il Pd prende scoppole ovunque, ed è particolarmente significativo lo schiaffo che subisce a Roma. A questo proposito facciamo notare come Pane e Cicorie sia riuscito a portare un fascista sulla poltrona di sindaco, cosa mai accaduta dal 1946: del resto la sfida era tra un nipote del Puzzone e uno che fa da scendiletto al Pastore tedesco, notoriamente non distante dalle posizioni della Jugendhitler, la organizzazione nazista della quale, in gioventù, portava la divisa e della quale propaganda ancora adesso le idee ultrareazionarie. L’agente della Cia Icare parla di «sconfitta grave» ma, per dimostrare di voler perseverare nella sua strategia di annientamento di tutto ciò che resta di formalmente democratico in Italia, si chiude nelle stanze del suo partito a piazza Sant’Anastasia insieme con Dario Franceschini, Giuseppe Fioroni, Antonello Soro e Giulio Santagata - guarda caso tutti vecchi democristiani, maestri nel far apparire ciò che non è - per analizzare il risultato elettorale e prendere la decisione di andare avanti nella sua strategia e non lasciare il posto di segretario. Se fossimo in un Paese normale, una simile débacle elettorale avrebbe come primissima conseguenza le irrevocabili dimissioni di tutto il gruppo dirigente del Partito (a)democratico per manifesta incapacità - o forse perché ormai ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato - e la cacciata di Cicciobello dalla politica attiva, visto che ormai, in qualunque veste si presenti, riesce solo a raccogliere sconfitte: nel 2001, candidato presidente del Consiglio dei ministri, è stato l’artefice della prima batosta del centrosinistra; ieri, candidato a sindaco di Roma, è stato il responsabile del ritorno del podestà nella capitale. In due mesi il cinefilo Uolter l’Amerikano è passato dallo slogan “Yes, we can” al più consono “Sunset Boulevard”: infatti il Pd appare già sul viale del tramonto.

Stefano Ghio

Torino, 29 aprile 2008

 

 

 

 

Il capitalismo in decadenza offre solo fame e alla miseria
Diamo una risposta di lotta operaia e popolare
alla “crisi degli alimenti”

Dichiarazione per il Primo maggio
della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
 
 
 
 
Ogni Primo maggio, come lavoratori ricordiamo i “martiri di Chicago”, le battaglie per la giornata lavorativa di 8 ore e commemoriamo tutti i caduti nelle lotte operaie e popolari contro lo sfruttamento e l’oppressione capitalista. E' anche nostra abitudine rivendicare la necessità della rivoluzione socialista come unica strada per superare le piaghe del capitalismo e, infine, fare un appello per sostenere e appoggiare le lotte che, con diverse rivendicazioni, si sviluppano nel mondo. Questo profondo significato del Primo maggio riveste oggi un’attualità ancor più stringente.
Nelle ultime settimane, sono scoppiate una serie di rivolte e sollevazioni in numerosi Paesi del mondo contro il rialzo dei prezzi dei generi alimentari. Quest’aumento già si stava verificando, ma nelle ultime settimane ha avuto una dimensione che ha reso insopportabile la situazione delle masse più povere. Robert Zoellick, direttore della Banca Mondiale, ha definito la situazione come “una delle più gravi crisi alimentari della storia del nostro pianeta” provocata da un aumento generale, nell’ultimo anno, del 48% dei prezzi degli alimentari, ma con rialzi maggiori per quanto riguarda prodotti come il riso (75%) (1).
Organismi dell’Onu e diversi mezzi di comunicazione hanno dato notizia di fatti del genere in Burkina Faso, Costa del Marfil, Egitto, Guinea, Guinea Bissau, Haiti, Indonesia, Marocco, Mauritania, Mozambico e Senegal. La Banca Mondiale ha avvertito che “33 Paesi si troveranno di fronte a potenziali conflitti sociali a causa dell’elevato rialzo dei prezzi degli alimenti”(2).
Questi Paesi compongono il gruppo di nazioni più povere del pianeta e in essi si sono sollevate le masse più impoverite. Si tratta di un’autentica “rivolta degli affamati del mondo”. Secondo i dati degli organismi specializzati dell’Onu, circa 800 milioni di persone soffrono la fame nel mondo e si alimentano al di sotto delle necessità minime di un essere umano. Per esse, questo rialzo dei prezzi non è solo mangiare un po’ meno né rappresenta pasti di qualità più scadente, ma significa una condanna a morte per fame. Vale a dire, un autentico genocidio perpetrato dal sistema capitalista imperialista in pieno XXI secolo. La “rivolta degli affamati”, dunque, rappresenta un’autentica battaglia di vita o di morte.
Fra queste sollevazioni, spiccano quella del popolo haitiano che si scontra anche con l’occupazione militare del Paese da parte dei Caschi Blu dell’Onu, nonché quella dell’Egitto, diretta da migliaia di lavoratori tessili della città di Al Mahalla. Anche in Senegal e in Burkina Faso la classe operaia è stata al centro delle rivolte. Questi Paesi ci indicano la strada e ci mostrano l’urgente necessità che la classe operaia di tutto il mondo dia una risposta decisiva di lotta contro il capitalismo, per la sua stessa sopravvivenza fisica.
Benché riguardi essenzialmente i Paesi più poveri, la “crisi degli alimenti” ha ricadute in tutto il mondo. Nel Venezuela, ricco di petrolio ma dipendente dall’importazione di generi alimentari, la carestia e la scarsità di provviste erodono sempre più i salari dei lavoratori. Il Messico, un tempo tradizionale produttore agricolo e zootecnico, ha perso la sua “sovranità alimentare”, ed è arrivato ad essere importatore dopo anni nel Nafta. Attualmente, la popolare “tortilla di mais” si è trasformata in un articolo di lusso.
In Brasile, grande produttore di esportatore di alimenti, i fagioli ed il riso, principali componenti dell’alimentazione popolare, sono aumentati rispettivamente del 207% in un anno e del 21% solo nell’ultimo mese. Anche in Argentina, storico “granaio del mondo”, la cui produzione è sufficiente ad alimentare un numero di persone dieci volte superiore alla sua popolazione, i lavoratori e le masse popolari stanno soffrendo carenza ed aumento costante del prezzo dei prodotti di base. Neanche i Paesi imperialisti ne sono esenti: l’Italia e la Francia hanno risentito del rialzo dei prezzi della pasta e del burro; gli Usa sono stati colpiti da un aumento medio del 4%, nel 2007, il maggior indice dal 1990 (3).
L’aumento dei prezzi non si deve a scarsità o ad un calo della produzione. Al contrario i progressi tecnologici ed il supersfruttamento della terra fanno sì che la produzione di prodotti agricoli e di materie prime alimentari creasca sempre di più, ad un ritmo superiore a quello della popolazione mondiale. Al tempo stesso, sempre più gente non può comprarne. Lo ha riconosciuto anche Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Piano Alimentare Mondiale dell’Onu: “Ci troviamo di fronte ad un nuovo aspetto della fame: benché vi siano alimenti nei negozi, sempre più persone non possono permetterseli”(4).
Gli specialisti prevedono che questa crisi non avrà una rapida soluzione e che potrà durare per vari anni. Una prospettiva terribile per le centinaia di milioni di affamati del mondo ed una minaccia sempre più acuta per tutte le masse di lavoratori e poveri.
Perché aumentano i prezzi degli alimenti se la loro produzione sta crescendo? La risposta a questa domanda mostra con grande chiarezza il carattere assolutamente inumano e irrazionale del sistema capitalista imperialista nella sua fase di decadenza: una concentrazione sempre maggiore dei mercati che fa sì che poche imprese controllino tutto il commercio mondiale degli alimenti, con l’unico obiettivo di aumentare i loro profitti; l’agrobusiness che si concentra in pochi prodotti dagli alti prezzi internazionali senza preoccuparsi delle necessità alimentari della popolazione mondiale; milioni di agricoltori espulsi dalle loro terre; materie prime alimentari che vengono destinate alla produzione di combustibili; il mercato alimentare trasformato in una “sala scommesse” per capitali speculativi e parassitari...
 

La crisi economica aggrava tutto
La Lit sottolinea, da un lato, come il rialzo dei prezzi e la “crisi degli alimenti” siano il risultato delle tendenze strutturali più profonde del sistema capitalista; dall'altro lato, come questa radice strutturale venga aggravandosi all’estremo a causa della crisi economica mondiale che sta iniziando.
I governi dei Paesi imperialisti già si sono indebitati per più di 600 miliardi di dollari per tentare di frenare o attenuare la crisi finanziaria mondiale apertasi con lo scoppio della “bolla speculativa” nel mercato immobiliare degli Usa e di altri Paesi. Essi sono disposti a fare di tutto per salvare le banche e le compagnie coinvolte in questa speculazione, ma non a risolvere la questione della fame nel mondo. Al contrario, l’aumento dei prezzi degli alimenti è uno dei modi con cui la borghesia tenta di scaricare il costo di questa crisi sui lavoratori.
Al tempo stesso, il mercato mondiale degli alimenti, con il sistema dei futures, assomiglia sempre più ad una “sala scommesse”. Un casinò nel quale sono entrati nuovi “giocatori”: una parte dei capitali che speculavano sul mercato immobiliare ora è entrata nel settore delle commodities, specialmente petrolio, minerali e grano, creando una “bolla speculativa” e aumentando artificialmente la domanda e, attraverso questo, i loro prezzi.
Oltre a ciò, le grandi compagnie petrolifere, e anche gli speculatori, approfittano dell’instabilità in Medio Oriente, risultato del fallimento della politica del governo Bush nell’area, per portare il prezzo del barile a livelli superiori ai 100 dollari, la qual cosa incide, direttamente e indirettamente, sul prezzo degli alimentari. Come si suol dire, per i lavoratori e le masse piove sul bagnato.
 

Il capitalismo non può risolvere la fame nel mondo
La prima risposta del capitalismo, di fronte alle “rivolte della fame”, è stata la feroce repressione esercitata dai governi dei Paesi dove esse si sono prodotte. È certo che, al tempo stesso, gli organismi internazionali, come il FMI e la Banca Mondiale, e anche gli stessi governi imperialisti, hanno segnalato la loro “profonda preoccupazione” e la necessità di discutere e adottare misure.
Sono lacrime di coccodrillo da parte di coloro che difendono gli interessi delle imprese che lucrano con questa crisi o di organismi che hanno imposto ai Paesi dipendenti politiche economiche che hanno creato le condizioni per lo scoppio di questa crisi. Esprime anche il loro timore che la “rivolta degli affamati” si estenda e minacci di scuotere il mondo dalle sue fondamenta.
Nel migliore dei casi, le loro proposte si limitano ad aumentare gli “aiuti umanitari” ai Paesi colpiti. Una risposta che, da alcuni decenni, ha mostrato di essere totalmente incapace di risolvere il problema della fame nel mondo perché non modifica, né si propone di farlo, le cause profonde che la generano. La totale impotenza delle azioni e delle dichiarazioni di organismi come la Fao (organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione) risulta assolutamente patetica.
Nel XIX secolo, Karl Marx affermò che il funzionamento del sistema capitalista portava, inevitabilmente, alla “miseria crescente” di masse sempre più numerose. Oggi, quest’affermazione ci si presenta nella sua peggior prospettiva: la fame crescente che colpisce centinaia di milioni di abitanti del pianeta.
Negli anni Novanta, dopo la caduta dell’Urss e la restaurazione capitalista negli Stati operai, il capitalismo si dichiarò storicamente “trionfante” e cercò di presentarsi come l’unica strada per migliorare il livello dell’umanità. Pochi anni dopo questo “trionfo”, la “crisi degli alimenti” e le “rivolte della fame” ci mostrano gli estremi del degrado in cui ci getta il capitalismo imperialista. Un sistema che non è capace nemmeno di garantire il più elementare dei diritti umani (il cibo per tutti gli abitanti del pianeta) condannandone centinaia di milioni a morire di fame.
Finché la produzione e la commercializzazione di alimenti saranno controllate dai grandi gruppi internazionali e dai grandi speculatori non sarà possibile cambiare questa situazione. L’alternativa è chiara: o la voracità di profitti di questi gruppi, oppure le necessità minime per la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone. Di fronte a questa alternativa, la Lit-Quarta Internazionale si colloca al fianco dei poveri e dei miserabili del mondo contro i “padroni degli alimenti”.
Solo un sistema di economia centrale pianificata, che utilizzi razionalmente le risorse esistenti e si organizzi al servizio del soddisfacimento delle necessità di base dei lavoratori dei popoli del mondo, potrà farla finita per sempre con la fame nel mondo. Per questo è necessario espropriare tutte le grandi imprese che dominano l’economia mondiale. Per questo, riaffermiamo la nostra convinzione della necessità imprescindibile e urgente della rivoluzione socialista internazionale che liquidi il sistema capitalista imperialista.
Mentre lottiamo per questa prospettiva, siamo coscienti che gli affamati del mondo necessitano di risposte immediate per alleviare la loro angosciante situazione, alla pari di quei lavoratori che vedono la fame e la miseria come una minaccia sempre più vicina. La classe operaia e le masse del mondo non possono attendere passivamente di fronte a questa realtà: debbono lottare per la loro sopravvivenza fisica. È imprescindibile che la classe operaia si ponga alla testa di tutte le masse impoverite per dirigere questa lotta.
 
Per questo, in questo Primo maggio, la Lit fa un appello a tutte le organizzazioni operaie, popolari, sindacali e sociali per organizzare e sostenere questa lotta contro la fame dei lavoratori e dei popoli. La Lit si impegna a porre tutte le sue forze al servizio di questo compito e, in questo senso, propone il seguente programma di azione. Si tratta, con tutta evidenza, di un programma generale che dovrà adottare forme più concrete specifiche nella realtà di ciascun Paese:
 
* Controllo dei prezzi da parte delle organizzazioni operaie e popolari
* Per salari parametrati all’aumento dei prezzi degli alimentari
* Per un salario minimo che copra tutte le necessità di base di una famiglia (alimenti, salute, educazione e casa)
* Controllo operaio sulle grandi imprese di alimentari. Rivendicazione dell’apertura dei loro libri contabili ai lavoratori
* Basta con il profitto sulla fame dei popoli! Espropriazione senza indennizzo dei grandi monopoli agricoli ed industriali alimentari
* Gli alimenti sono un diritto sociale come la salute l’educazione. Esigiamo che lo Stato ed i governi lo garantiscano per tutta la popolazione
* Per piani economici di emergenza destinati a soddisfare le necessità di base della popolazione, specialmente l’alimentazione
* Per governi operai e popolari che applichino questi provvedimenti
 

Segretariato Internazionale della
Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale
 

 
 
Note
(1) Clarín, quotidiano dell’Argentina, 11/4/2008.
(2) Riferito nell’articolo La crisi degli alimenti allarma il mondo, quotidiano El Universal, 13/4/2008.
(3) Idem.
(4) Rivolte degli affamati.
 

 

 

 

 

 

Leggete l'articolo pubblicato da la Repubblica a questo indirizzo:   www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-sette/reazioni-loft/reazioni-loft.html
 
Intanto è ora possibile prendere atto della distanza fra le fesserie propinate ai gonzi prima delle elezioni e addirittura prima del governicidio attuato dal Clinton in sedicesimi di casa nostra e la reale consistenza della "novità" partitodemocratica. Ecco svelati gli intenti di chi sosteneva di dover rispondere saggiamente e stoicamente alla "esigenza storica di unire le componenti democratiche e riformiste della società italiana" (che del riformismo se ne sbatte tranquillamente, a quanto pare). Un bel pastrocchio nel solco ideale del sistema a partito unico dei poteri forti con due correnti che si alternano al potere a seconda che ai padroni convenga risanare a spese dei lavoratori o spartire il risanato.
La resa dei conti di cui parla la Repubblica è l'evidenza inconfutabile dello spirito democratico di quella classe dominante che ha usurpato nomi, concezioni e consensi in nome di un mai spiegato "governismo" e che ha ormai mostrato quanto corto sia il suo respiro senza l'ossigeno padronale.
Sinistra, lavoro, classe, lotta, cambiamento, riforme, progressismo, hanno perso completamente il loro assunto storicamente determinato dai movimenti reali della società per essere stampati sulla bandiera logora ma scintillante di nuovismo degli alchimisti delle quote, dei comitati, dei leaders.
Quello che più conta, però, oggi, è svelare le ragioni per cui questo è accaduto.
Intanto, la guardia è stata abbassata pericolosamente dai lavoratori negli ultimi 25 anni, invischiati nel ginepraio del politically correct, frustrati dalle accuse di collateralità con pratiche estreme di dissenso, compreso il terrorismo, nonostante l'evidenza del contrario (Guido Rossa per tutti). In nome della correttezza e dell'aplomb il movimento operaio è stato disarmato, il sindacato comprato e internalizzato a logiche aziendali, di mercato, in sostanza liberiste, dove ai lavoratori è assegnato un ruolo subalterno definito con estrema precisione. Il ruolo dei nostri rappresentanti istituzionali, anch'esso svuotato, nei casi più nobili ha assunto la fisionomia della tribuna, in quelli più scadenti, dell'omologazione.
Ora, speriamo che la riflessione cominci a riguardare la società, la sua composizione e scomposizione e le sue dinamiche nella fase data, e non gli equilibri fra i gruppi di pressione ai vertici dei comitati elettorali.
Perché se così fosse, se si avesse il coraggio di fare politica invece che marketing (oltretutto di scarsissima presa) si vedrebbe che la destra, duole assai dirlo, è molto, molto più vicina alle aspettative ed ai problemi delle classi subalterne di quanto lo siano gli speculatori che si definiscono di centro-sinistra. Non funziona e non basta più derubricare il tutto con l'etichetta di populismo. Non c'è solo quello a destra. C'è anche la capacità di intercettare bisogni e paure, magari dando risposte spesso ignobili e fuori dal portato costituzionale di civiltà (razzismo, sessismo, xenofobia, classismo, corporativismo,...), ma se le classi subalterne non hanno guida, non sono organizzate intorno ad obiettivi concreti e credibili, chi ne solletica gli istinti più bassi o fornisce risposte egoistiche ma tranquillizzanti, ne cattura non solo il consenso ma l'adesione attiva.
Dunque, speriamo che si avii una riflessione seria, anche se avremmo preferito che non lo si facesse a seguito di una catastrofe così devastante. Il timore è che non lo si faccia neppure ora, e si continuino a coltivare interessi di casta, di clan o individuali malamente velati con dichiarazioni stantìe di intenti nobili ormai laceri e cadenti. I segnali ci sono, e primo fra tutti è la trasmigrazione di alcuni di noi proprio verso organizzazioni responsabili della disfatta (PD, Di Pietro,...).
 
Insomma: che vogliamo fare? Continuare nella corsa al centro che invece è già saldamente occupato e fortificato o cominciare a pensare che forse il nostro posto è altrove?

Fraterni saluti.

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Giovanni Morsillo

 

 

 

 

PER LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA (MARXISTA-LENINISTA)
 
http://www.linearossage.it/
 
PER CHI SI SVEGLIA SOLO ORA (MEGLIO TARDI CHE MAI) I MARXISTI-LENINISTI DI LINEA ROSSA DEL P.C.D'ITALIA (M.L), INVITANO I COMUNISTI A STRINGERSI ATTORNO AL PROGETTO DI RICOSTRUZIONE DI UN VERO PARTITO COMUNISTA MARXISTA-LENINISTA. INVITANO A NON ARRENDERSI, CONTINUATE A SEGUIRCI... OCCORRE LA MASSIMA VIGILANZA RIVOLUZIONARIA, QUESTO E' IL MOMENTO IN CUI DA PIU' PARTI SI CORRE NEL TENTATIVO DI TAPPARE LE FALLE E SI LANCIANO PROCLAMI DI UNITA' E DI NUOVE COSTITUENTI COMUNISTE. ATTENZIONE! LA STRADA DA PERCORRERE E' ANCORA LUNGA E SARA' UNA STRADA TORMENTATA: IL REVISIONISMO E' DA OLTRE 50 ANNI CHE DALL'INTERNO, CON LA SUA PRESSANTE PRESSIONE IDEOLOGICA, HA LAVORATO INCESSANTEMENTE A FAVORE DELLA BORGHESIA. INUTILE NEGARLO, HA OTTENUTO UNA GRANDE VITTORIA, DOBBIAMO ESSERE CONSAPEVOLI DI QUESTO RISULTATO A NOI OGGI SFAVOREVOLE E LAVORARE, NON PER TAPPARE LE FALLE, MA LOTTARE PER RICONQUISTARE IL FAVORE DEL PROLETARIATO E QUESTO SI POTRA' OTTENERE SOLO SE RICOSTRUIREMO UN VERO PARTITO COMUNISTA E NON L'ENNESIMA COPIA O FAX-SIMILE DEL VECCHIO P.C.I. REVISIONISTA!
 
http://www.linearossage.it/editoriali/editoriale.htm
 
LINEA ROSSA GENOVA DEL P.C.D'ITALIA (MARXISTA-LENINISTA)

 

 

Lettera aperta di Alternativa comunista
ai militanti di Rifondazione Comunista e Comunisti italiani
 
Non ha fallito la sinistra comunista, ha fallito la sinistra governista
COSTRUIAMO INSIEME
UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
 
 
La sinistra riformista raccoglie i frutti di due anni di attacchi ai lavoratori
Dopo che per due anni la sinistra governista - Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti Italiani in primis - ha sostenuto attivamente e diligentemente il governo di Confindustria, i nodi sono arrivati al pettine. Le elezioni politiche hanno sancito la morte della Sinistra Arcobaleno, il cartello elettorale che raggruppava le forze della sinistra radicale di governo e che ha candidato alla presidenza del Consiglio Fausto Bertinotti. A nulla sono valsi i disperati tentativi di riprendere credibilità allo scoccare dell'ultima ora: i lavoratori, a differenza di quello che pensano ministri e burocrati riformisti, non hanno memoria breve. Non basta qualche distinguo nell'aula parlamentare alla vigilia del voto per cancellare due anni di sostegno incondizionato e appassionato a finanziarie lacrime e sangue, all'aumento delle spese militari, al finanziamento delle missioni coloniali, all'aumento dell'età pensionabile, ai tagli alla scuola pubblica e ai finanziamenti alle scuole private, a decreti razzisti. La fedeltà di Rifondazione comunista e delle altre forze dell'Arcobaleno a tutte le manovre padronali ha portato prima allo sfaldamento del quadro militante di quei partiti, per poi tradursi persino nella perdita di un bacino elettorale che, seppur con varie oscillazioni, era superiore all'11% (sommando le percentuali ottenute alle scorse elezioni politiche dai partiti che compongono l'Arcobaleno). Oggi la Sinistra Arcobaleno si ferma al 3% e perde ogni rappresentanza parlamentare. Al di là delle sirene del voto utile di Veltroni - che avranno sicuramente attratto parte di quell'elettorato impossibilitato, a causa di un'omogeneità di fatto, di distinguere tra Pd e socialdemocrazia - gran parte dei delusi dalle politiche governiste ha optato per l'astensione.
 
Governi di centrodestra e governi di centrosinistra: le stesse politiche
Le politiche antioperaie del governo Prodi, con la conseguente perdita del potere d'acquisto dei salari e l'impoverimento di fette crescenti della popolazione, hanno aperto la strada alla vittoria della destra populista e reazionaria. L'ampia affermazione, anche tra gli operai, della Lega Nord - che non ha caso, oltre a riproporre la solita retorica xenofoba, ha fatto appello al voto dei lavoratori tartassati dal precedente governo - è il frutto acerbo di due anni di politiche di sostegno ai profitti di pochi e di sistematico attacco ai lavoratori. La collaborazione attiva a queste politiche da parte della sinistra riformista, oltre a decretarne il fallimento, ha privato i lavoratori di un punto di riferimento per le loro rivendicazioni: la politica concertativa delle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil in combutta con la cosiddetta sinistra radicale di governo ha determinato il più basso numero di ore di sciopero, a fronte del più pesante attacco ai diritti dei lavoratori. Addirittura, si è arrivati a mettere in discussione conquiste storiche della classe operaia, come il contratto collettivo nazionale di lavoro. Tutto questo è avvenuto senza nemmeno l'ombra di un grande sciopero generale (se escludiamo quelli indetti dal sindacalismo di base, necessariamente minoritari).
Se le destre hanno vinto con un ampio margine non è per caso: è perché il centrosinistra, col pieno appoggio delle forze socialdemocratiche dell'Arcobaleno, ha rincorso la destra sul suo stesso terreno, aprendo così la strada alla sua vittoria. Basta pensare alle politiche sull'immigrazione, gestite tra l'altro in prima persona dal ministro Prc Paolo Ferrero - il quale oggi si fa, ipocritamente, alfiere nel suo partito di una crociata contro "il governismo" di Bertinotti, fingendo di dimenticare il fatto che il rappresentante del Prc nel governo Prodi era proprio lui - che hanno visto la Sinistra Arcobaleno sostenere decreti pensati per dare la caccia a Rom e rumeni. Il fatto che, in campagna elettorale, Pd e Pdl si siano presentati con programmi fotocopia e abbiano fatto a gara a chi presentava il maggior numero di candidati confindustriali e guerrafondai (da Colaninno a Ichino, da Calearo al generale Del Vecchio) è la riprova che non esistono differenze sostanziali tra i due schieramenti: centrodestra e centrosinistra rappresentano gli stessi interessi di classe, quelli delle grandi banche e della grande borghesia italiana.
 
Dopo il fallimento del riformismo, occorre cambiare rotta
Si tratta, fin da subito, di rilanciare la battaglia per cacciare il governo delle destre, costruire comitati di lotta in tutti i luoghi di lavoro e nei quartieri per fermare gli scontati attacchi del governo, con l'obiettivo di un grande sciopero generale per l'aumento dei salari, la cancellazione delle leggi precarizzanti, l'aumento delle pensioni. Ora che il progetto dell'Arcobaleno è morto nel peggiore dei modi, assistiamo al grottesco tentativo - da parte degli stessi dirigenti che per due anni hanno gestito, seduti al fianco dei rappresentanti della grande borghesia italiana, le politiche antioperaie - di gettarsi sul cadavere del riformismo per rianimarlo sotto una nuova veste. E' il caso di Diliberto e del gruppo dirigente dei Comunisti Italiani, che fanno appello all'unità dei comunisti sotto le loro bandiere, per dare vita a un nuovo partito riformista che intende ripercorrere la stessa strada fallimentare (lo stesso Diliberto lamenta il mancato accordo elettorale col Pd, ciò col partito di Calearo e Colaninno!). Ferrero, dopo essere stato per due anni ministro alla Solidarietà sociale di un governo che dava la caccia agli immigrati, ora si fa paladino di una battaglia per salvare "Rifondazione comunista", mentre Giordano e Vendola annunciano di voler proseguire la "costituente della sinistra". In tutti i casi, un dato è certo: nessuno dei dirigenti dei partiti della sinistra di governo mette in discussione la strategia politica, che era e resta quella di tornare al governo con i partiti della borghesia, Pd in testa, come dimostra il fatto che, a livello locale, le alleanze di governo non sono state messe in discussione ma, anzi, ribadite in occasione delle ultime amministrative.
 
Impegniamoci per costruire insieme, nelle lotte, una sinistra rivoluzionaria
Per salvare la sinistra comunista in Italia occorre cambiare radicalmente rotta: bisogna prendere atto che le politiche riformiste sono politiche di collaborazione di classe, che lasciano l'economia e il potere nelle mani dei padroni, a danno dei lavoratori: tanto più in una fase di crisi del capitalismo, l'alleanza dei partiti dei lavoratori col padronato si traduce nella vittoria di quest'ultimo, senza che sia possibile strappare nemmeno delle briciole. L'abbattimento del capitalismo è oggi l'unica prospettiva credibile per difendere realmente gli interessi dei lavoratori, degli immigrati, delle donne, dei tanti giovani precari. Bisogna costruire fin da subito le lotte contro tutti i governi dei padroni. Ma, per fare ciò e per contrastare il radicamento della destra populista, serve un partito comunista con influenza di massa, basato sull'indipendenza di classe dalla borghesia e dei suoi governi: è un partito che oggi non esiste e che non abbiamo la pretesa di rappresentare, ma alla cui costruzione intendiamo impegnarci. Occorre un partito rivoluzionario che intervenga nelle lotte - per il salario, le pensioni, le condizioni di lavoro - per legarle a quella prospettiva di alternativa di società. Occorre un partito che, con un lavoro paziente, si impegni per costruire i rapporti di forza - che ancora oggi non ci sono - per un'alternativa di società.
 
Facciamo appello a tutti i comunisti indignati dalle politiche di governo - cioè dalle politiche riformiste che si traducono inevitabilmente nel sostegno agli interessi del padronato - a costruire una sinistra rivoluzionaria in Italia, che rifiuti per principio la partecipazione ai governi dei padroni, che miri a rovesciare il sistema capitalista, per un governo dei lavoratori. L'unità dei militanti va costruita su questi basi rivoluzionarie, le uniche in grado di sviluppare le lotte nell'indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi. Per questo vi facciamo la proposta di costruire insieme a noi, fin da subito, comitati in tutte le città contro il governo Berlusconi: serve l'unità dei lavoratori contro il padronato. La realtà quotidiana ci dimostra che la prospettiva rivoluzionaria è l'unica realistica: il capitalismo, comunque governato, da governi di centrodestra o di centrosinistra, con o senza il concorso della sinistra socialdemocratica, si traduce in miseria, guerra, sfruttamento, devastazione ambientale, discriminazioni razziali e sessuali. L'unica difesa possibile dei lavoratori è quella di rovesciare questo sistema economico e sociale, il capitalismo, per dare ai lavoratori il controllo dell'economia e della produzione. Mettiamo insieme le nostre forze, riprendiamoci i luoghi di lavoro per dire no ai governi di Confindustria, per una prospettiva anticapitalista.
 


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ISRAELE NON È UN OSPITE D’ONORE!
PALESTINA LIBERA!

La situazione in cui versa la popolazione palestinese si aggrava di giorno in giorno: dall’assedio/embargo contro la striscia di Gaza alle incursioni aeree e di terra dell’esercito israeliano in tutti i territori occupati, dalla costruzione del Muro dell’Apartheid alle condizioni di vita dei profughi e dei palestinesi residenti in Israele, le autorità israeliane commettono continui crimini di guerra e contro i diritti civili, ignorando decine di risoluzioni dell’ONU e costringendo milioni di persone in condizioni di vita disastrose.
Ogni giorno i soldati ai Check-Point impongono umiliazioni ad anziani, donne e bambini, riducendo il tempo quotidiano a disposizione dei palestinesi per lavorare, studiare, fare politica, progettare il futuro. La penuria e in molti casi l’assenza di viveri e combustibile produce una situazione di povertà intollerabile, mentre le condizioni igieniche nei campi profughi continuano ad essere raccapriccianti.
Israele attua un vero e proprio politicidio – il tentativo di distruggere la soggettività sociale e politica stessa palestinese, anche con episodi di pulizia etnica – nei confronti di una popolazione smembrata, umiliata, oppressa, occupata. Ai palestinesi viene impedita ogni forma di organizzazione e di resistenza, di dissenso e di manifestazione. E’ sufficiente la protesta più pacifica perché l’esercito usi i lacrimogeni o spari sulla folla, mentre ogni azione militante viene punita con rappresaglie di massa. E’ la contabilità macabra e razzista delle guerre del XXI secolo: per un morto o un prigioniero israeliano dovranno morire o essere arrestati centinaia di palestinesi o libanesi.

In questo contesto di brutale prevaricazione, le istituzioni internazionali tacciono, la stampa dei paesi occidentali censura e minimizza, i governi europei e nordamericani stipulano e rinserrano alleanze economiche, diplomatiche e militari con i governi israeliani. Neanche le armi non convenzionali e le scandalose distruzioni causate dalla guerra contro il Libano del 2006 impedirono a tutti i governi del G8 di proclamare la loro fedeltà all’alleato di ferro in medioriente.
Secondo la stessa logica, le istituzioni italiane si schierano apertamente ad ogni livello: dal Presidente della Repubblica ai governi di questi anni, dalle istituzioni locali a quelle militari o commerciali, l’alleanza strategica con Israele non viene mai messa in discussione, nonostante il tributo di sangue della popolazione palestinese. Da Silvio Berlusconi a Walter Veltroni, da Sergio Chiamparino a Giuliano Ferrara, da Gianfranco Fini ai principali giornalisti televisivi e della carta stampata, nessuno si sottrae al rito della solidarietà incondizionata alle politiche del grande alleato, rinnovato anche dalla parte più conformista del ceto intellettuale; e un Berlusconi raggiante per la vittoria elettorale annuncia che il primo viaggio diplomatico del nuovo governo avrà come meta Israele.

Come se non bastasse, in quest’anno in cui i palestinesi vivono il lutto nel presente e nella memoria – il sessantesimo anniversario della guerra del 1948 – una delle più grandi iniziative culturali d’Europa, la Fiera internazionale del libro di Torino, sceglie di invitare Israele come “ospite d’onore”, come ha già fatto quella di Parigi. Nonostante gli appelli internazionali di scrittori e intellettuali di tutto il mondo, molti dei quali palestinesi ed anche israeliani, a revocare questo invito e a chiedere di sostituirlo con la dedica a una pace giusta, il Comune di Torino ha voluto confermarlo.
Una scelta precisa, una scelta politica, una scelta di parte: non solo per quello che succede oggi in Palestina, ma perché il ricordo degli eventi del 1948 si risolve in una “celebrazione” della Nakbah, la “catastrofe” per il popolo palestinese. 850.000 profughi in fuga, 531 villaggi distrutti, decine di migliaia di morti, e un immane lascito di sangue e violenza. In molti hanno chiesto, esterefatti, dalle società arabe e di tutto il mondo: che cosa c’è da celebrare, da “mettere in vetrina”, da festeggiare?

In questo mondo di guerra globale permanente anche la cultura è militarizzata, anche gli scrittori devono indossare l’elmetto: è il prezzo che chiedono le istituzioni politiche dei paesi in guerra in cambio di carriera, fama e denaro. Ma per i senza fama e i senza denaro, per i senza terra e i senza pace, quale ospitalità, quale onore? Per la memoria dei vinti, dei perseguitati e degli oppressi, in Palestina come in tutto il mondo, quale scranno è stato allestito?

Ancora una volta spetta ai movimenti sociali e internazionalisti, ai semplici cittadini, ai lavoratori e agli studenti, anche su sollecitazione degli appelli che giungono dalla Palestina, prendere parte per chi subisce la barbarie della guerra e le infamie del dominio globale capitalista. Per questo è ora di scendere in piazza a Torino e raggiungere con la nostra protesta il Lingotto, sede della Fiera del libro, per pretendere:
– La fine dell’embargo israeliano e delle sanzioni USA e UE contro la striscia di Gaza
– La fine dell’occupazione militare dei territori
– La distruzione del Muro dell’Apartheid
– Il rispetto della dignità e dei diritti dei palestinesi che vivono all’interno dei confini israeliani
– Il diritto al ritorno di tutti i profughi
– La liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi

Nel denunciare inoltre le politiche autoritarie e militariste di Israele, e le difficoltà che in quel paese incontrano coloro che fanno propria una cultura politica o una memoria storica differente da quella ufficiale, manifestiamo per:
– La fine dell’alleanza diplomatica, economica e militare tra Italia e Israele
– Politiche culturali che accolgano la memoria e le ragioni degli oppressi e la critica degli oppressori
– La piena agibilità politica, in Israele, per i movimenti contro la guerra e l’occupazione
– La piena ed effettiva libertà di ricerca storica nelle università israeliane
– La liberazione di tutti i renitenti israeliani alla leva militare


ISRAELE NON È UN OSPITE D’ONORE!
PALESTINA LIBERA!

CONCENTRAMENTO CORSO MARCONI
TORINO – H 14
10 MAGGIO 2008

 

 

 

Dove hanno fallito i nostri “comunisti”

di Igor Jan Occelli

Io, che ho passato la gioventù da perfetto ragazzo di sinistra dei centri sociali, vi spiego dove l’Arcobaleno ha tragicamente fallito.

“Tirez le rideau, la farce est jouèe” (chiudete il sipario, la farsa è finita), avrebbe forse detto Rabelais assistendo alla scomparsa della Sinistra Arcobaleno. Già, perché i protagonisti di questa nuova compagine elettorale non si sono accorti di essere degli attori che parlavano ad una sala vuota. Non hanno neanche immaginato di essere anacronistici e fuori luogo: giullari di corte nell’era democratica. E lo dico con un tuffo al cuore, con il ricordo di quando ancora credevo alle loro parole. Ebbene sì, mi presento: sono uno di quelli che per anni ha votato per loro. Uno dei ragazzi romani che l’adolescenza l’ha passata nei centri sociali. Che andava alle loro manifestazioni e credeva nelle loro parole. Uno per cui tutte le chiacchiere che adesso girano sul presunto colpevole di questa disfatta, il tanto odiato voto utile, non trovano spazio. Per me, loro oramai molto ex elettore, ecco chi sono i responsabili.

Primo, il capo assoluto. Lui, sempre e solo lui: Fausto Bertinotti. Uno che non si capisce se tiene più al potere o alla pipa. Voleva un “ruolo istituzionale” quando è entrato al governo e Prodi lo ha subito accontentato. Ma appena uscito non c’è stato spazio per nessuno: a guidare la Sinistra Arcobaleno poteva essere solo un uomo, se non altri che lui. Ed è proprio a Bertinotti che vanno imputate le colpe maggiori. Il suo parlare snob, la sua grande cultura e i suoi modi intellettualoidi faranno presa sui figiciotti, sui figli di papà che amano votare a sinistra, ma alla gente come me fanno rabbia. Può dire quante volte vuole che lui i suoi maglioni li compra al mercato di via Sannio, ma credo che l’unica cosa che conosca di questo mercato sia la sua ubicazione geografica.

Se mai ha pensato di rappresentare una fantomatica quanto oramai inesistente classe operaia farebbe bene a capire una cosa: si è sbagliato. L’operaio quanto lo sente parlare cambia canale. L’operaio di una persona come lui non sa che farsene. Ma forse il signor Bertinotti, troppo abituato a frequentare i salotti buoni, non si è accorto che noi, gli ultimi, i poveri, della sua faccia ne avevamo abbastanza. Neanche quando il vento si è alzato e sono usciti fuori i movimenti ha pensato bene di sloggiare o ringiovanire il suo partito. Con i vecchi metodi imparati alla famosa scuola di Ariccia (il centro dove venivano formati i dirigenti comunisti) ha pensato bene di inglobarli a sé. Ci ha provato, vedi il caso Caruso, ma ha fallito perché non ha capito che le istanze di questi erano diverse da quelle sue e del suo partito. Ma lui niente, imperterrito al suo posto. E intanto noi, gli ultimi, i poveri, lo sentivamo parlare di “lotta di classe”, “classe operaia” altre cose di questo tipo, ma volevamo gridargli una cosa che forse non sapeva: “Abbiamo una notizia per lei signor Bertinotti: il comunismo è morto! Caput! Fine!”.

Nella sua ignoranza completa della vita, quella vera, non ha capito che in Italia il tessuto imprenditoriale è rappresentato per il novanta percento da microimprese con meno di cinque dipendenti. Aziende dove nella stragrande maggioranza dei casi dipendenti e imprenditori lavorano fianco a fianco. Dove la “lotta di classe” non si sa dove stia di casa. Evidentemente a lui questo ad Ariccia non l’hanno insegnato, o forse era assente a quella lezione.

Secondo, i Verdi. Anche loro hanno gran parte della colpa. La loro radicalizzazione sulle questioni ambientali da molti può essere vissuta come coerenza, per noi, sempre noi, gli ultimi, i poveri, è vista come intransigenza. Come incapacità di accettare la dialettica democratica. Il compromesso è il sale di questa, mentre i “no” duri e puri ne sono estranei. In tutti questi anni hanno detto no a tutto, dalla Tav ai termovalorizzatori, senza mai però portare sul tavolino alternative valide: o utopia o niente. Le colpe del disastro napoletano ricadono anche su di loro, in primis Pecoraro Scanio, perché non hanno saputo analizzare a fondo la questione dei rifiuti così com’è nel capoluogo campano, con le discariche completamente in mano alla camorra. Lì, dire no a qualcosa vuol dire condannare la gente a morire.

Terzo, Diliberto. E siamo giunti al momento clou: il partito dei comunisti italiani. O meglio al loro leader. Perché è lui che ha mandato via molti di noi, ancora gli ultimi, i poveri, dallo schieramento della Sinistra Arcobaleno. Perché quando dice di voler portare la salma di Lenin in mostra a Roma la si prende per una battuta, anche se non lo è. Ma quando vola a Cuba a firmare un protocollo d’intesa con Fidel Castro, a noi ci viene la pelle d’oca. Siamo cresciuti con il sogno del Che, ma ci siamo svegliati quando abbiamo capito che quello cubano era un regime cche si può descrivere con un solo termine: dittatura. E quando uno Stato non permette ai propri cittadini di esprimere liberamente il proprio pensiero, non c’è intesa che possa esserci. Tanto più se si è il leader di un partito che ha nel nome la parola Italia, che per lui dovrebbe essere sinonimo di democrazia e repubblica. Sarebbe stato quindi impensabile, per la gente come me, votare una persona come lui.

Partendo da questo spero davvero che tutti insieme siano capaci di guardare in faccia la realtà. Non nascondersi dietro la solita foglia di fico e pensare di costruire davvero qualcosa di alternativo ai due schieramenti. Ne avremmo bisogno tutti quanti, noi ex loro elettori, ma anche tutta l’Italia.

(immagini di Marcelloperas)

 

 

 

Per costruire una alternativa al fallimento del ceto politico della sinistra

“Cresce l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà della sinistra di classe e alternativa nel nostro paese. E’ ormai evidente come in Italia si vada chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale”. Questo era quanto scrivevamo nel gennaio scorso in una Lettera Aperta ai comunisti e alla sinistra.

1. L’esito delle elezioni, il disastro storico e politico prodotto dall’esperienza della Sinistra Arcobaleno, la profonda frattura - drammaticamente confermatasi - tra le istanze della sinistra, l’opzione comunista e i settori popolari nel nostro paese, impongono di procedere con rapidità verso un confronto a tutto campo teso a costruire momenti di tenuta e di rilancio di un percorso comune tra le forze che non intendono accettare la sconfitta storica della sinistra e dei comunisti. Una discussione non formale ma orientata ad affrontare alcuni snodi teorici e politici irrisolti non più rinviabili.

2. I risultati elettorali ci consegnano una quadro politico in continuità con il clima reazionario emerso in Italia in questo ultimo quindicennio. La pesante vittoria del blocco di centro-destra non è una svolta repentina della situazione ma la “rivelazione” della realtà e delle istanze vendicative sul piano sociale. Sotto tiro sono stati, e lo saranno ancora di più, i lavoratori, i sindacati, gli immigrati, i dipendenti pubblici.

Si stanno materializzando quelle variegate manifestazioni dell’odio di classe egemonizzato e pilotato dalla destra. Un odio assai confuso, molto articolato e alimentato dalla crescita vertiginosa del degrado e del disagio sociale, e che conforma ormai il rapporto tra pezzi consistenti della società con la politica.

 

3. Tale processo coincide con la vera e drammatica novità emersa da queste elezioni: la scomparsa della sinistra storica dallo scenario parlamentare manifestatasi attraverso il fallimento completo dell’operazione Sinistra Arcobaleno. Uno scenario che insieme all’affermazione autoritaria del bipartitismo richiama molto da vicino situazioni analoghe in altri paesi dell’Europa e che conforma l’anomalia italiana alle  esigenze di una crescente competizione globale.

 

4. Il risultato fallimentare della Sinistra Arcobaleno alle elezioni del 13 aprile rappresenta in un certo senso l’onda lunga  “dell’effetto 9 giugno”, quando i quartieri generali della “sinistra radicale (PRC, PdCI, SD,Verdi) si trovarono in piazza da soli e senza il loro popolo che aveva invece scelto di manifestare alternativamente alle indicazioni di un ceto politico non più credibile e subalterno alle compatibilità istituzionali. I gruppi dirigenti che hanno vita alla Sinistra Arcobaleno si sono negati ad una autocritica ed a una riflessione su quella debacle e non ne hanno compreso il messaggio. Dieci mesi dopo hanno pagato la supponenza e l’arroganza con cui in questi quindici anni hanno gestito tutti i passaggi politici che hanno portato sistematicamente alla crisi esplosa clamorosamente con l’annunciato flop elettorale del 13 e 14 aprile.

 

5. Sul piano sindacale e sociale il ceto politico che da almeno venti anni ha occupato la rappresentanza della sinistra e dei comunisti in Italia, i loro giornali e il loro spazio pubblico, ha impedito con tutti i mezzi ogni rottura con la cultura delle compatibilità, la logica riformista e ipotecato ogni seria riflessione sulla rappresentanza politica degli interessi popolari e di classe.

Il ceto politico dominante nella sinistra “storica non ha solo lottato per la propria auto-conservazione, ma ha bloccato lo sviluppo delle organizzazioni sindacali di base e di movimenti sociali autonomi, ha ostacolato e sbeffeggiato ogni ipotesi di ricostruzione effettiva di un punto di vista comunista della realtà, ha osteggiato e marginalizzato ogni ipotesi indipendente della e nella sinistra di classe del nostro paese.

 

6. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Tale deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista nel nostro paese ma ripropone come strategica una subalternità riformista e neo-keynesiana, fuori tempo massimo, che ipoteca pesantemente il futuro.

Dall’altro la reazione a questa deriva rischia di alimentare solo disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità piuttosto che un tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza che non si sottragga, però, ad una verifica rigorosa con le contraddizioni accumulate e non risolte negli anni.

7. Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di confronto unitario tra i movimenti politici e sociali, tutte le soggettività della sinistra di classe e dell’esperienza comunista che non sottovalutino più o diano per scontato il rapporto tra la loro funzione e i settori sociali che possono ricomporre un blocco sociale antagonista. Nessuno oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti comunisti al governo più impopolare degli ultimi venti anni abbia prodotto risultati devastanti sul piano della credibilità della sinistra e dell’opzione comunista a livello sociale e popolare.

Rilanciamo dunque la proposta di organizzare in modo condiviso un Incontro Nazionale di confronto, analisi, proposte da tenersi a metà maggio. La resistenza alla dissoluzione di una ipotesi comunista e della sinistra nel nostro paese e l’opposizione al blocco reazionario comincia già da oggi.

  16 aprile 2008

  La Rete dei Comunisti


 

Bertinotti go home!

E' toccato a Pier Ferdinando Casini esprimere il suo sentito dispiacere a un Bertinotti ormai alla fine della sua avventura politica: 'Se Bertinotti e il suo partito non entrano in Parlamento - è stato il suo commento mentre i dati ufficiali vedevano l'Arcobaleno fermo poco più su del 3% - sarebbe un dato fortemente negativo perché se le estreme sono in Parlamento canalizzano la protesta'.

Poche parole, chiare, a sintetizzare quello che per i nostri avversari è stato il ruolo della 'sinistra antagonista' in questi anni.
Canalizzare il dissenso. Rendere compatibile con le regole del sistema democratico (borghese) la presenza di una opposizione sociale. Impedire che questa opposizione sociale mettesse in discussione non solo gli equilibri politici e le politiche dei vari governi ma le basi stesse su cui si fonda il sistema di sfruttamento capitalistico.

Parole chiare anche nei tanti interventi di 'autorevoli' esponenti politici e di 'attenti' commentatori che in queste ore hanno ripreso la sostanza del commento di Casini.
In tutti il dispiacere per aver perso un interlocutore 'responsabile', e una preoccupazione appena accennata.
La preoccupazione che, fallite le illusioni di chi pensava di poter condizionare i poteri forti e il loro esecutivo, chiusa con una pesante sconfitta l'esperienza del governo amico, archiviata la bufala di un'alleanza progressista che avrebbe dovuto 'fare piangere i ricchi', la parola ritorni alle piazze, all'organizzazione autonoma (non canalizzata e non canalizzabile) delle classi subordinate, alla lotta di classe.

Da buon democristiano Casini sa bene che il problema del consenso e della governabilità non si risolve con l'ingegneria istituzionale e con la semplificazione imposta dai marchingegni della legge elettorale.
Sa che c'è un'area di disagio sociale che non ha rappresentanza e si pone il problema del controllo di quest'area la cui potenzialità eversiva finora era stata ben controllata dalla policamente corretta rappresentanza bertinottiana e dalla subordinazione all'interno del quadro istituzionale del partito della rifondazione comunista.
La scomparsa della sinistra arlecchino lascia uno spazio vuoto ed è normale che i più attenti fra i commentatori politici e i rappresentanti dei padroni si domandino chi e cosa lo riempirà.
Quali generali marceranno domani alla testa di un esercito oggi in rotta ma che non può non porsi il problema della sua riorganizzazione perché per chi 'non ha nulla da perdere tranne che le proprie catene' organizzarsi per resistere - prima - e per emanciparsi - dopo - è l'unica scelta possibile di sopravvivenza.

E soprattutto la sconfitta elettorale dell'Arcobaleno viene letta per quello che realmente è. La fine della capacità egemonica su una fascia consistente dell'opposizione di classe da parte di un gruppo dirigente (oggettivamente) al servizio degli interessi del capitale, un gruppo dirigente 'responsabile', perfettamente integrato nei meccanismi di governo a tutti i livelli, e a tutti i livelli corresponsabile dell'amministrazione e del buon funzionamento della macchina burocratica amministrativa statale.

Al contrario di Casini e dello stesso Fini, che è perfino arrivato a immaginare un tavolo di confronto (sic) fra il governo e le opposizioni rimaste fuori dal parlamento, la scomparsa dalle aule parlamentari di Bertinotti e dei suoi arroganti colonnelli (dal paese reale erano scomparsi da tempo avendo contribuito al massacro degli strati sociali di riferimento perpetrato dal governo Prodi ) non ci farà versare una lacrima.
Ne tantomeno rimpiangeremo i Diliberto e i Cento, bombardatori della Jugoslavia, servi sciocchi di un centrosinistra di cui hanno condiviso ogni scelta e di cui fino all'ultimo hanno rimpianto l'accogliente protezione che gli garantiva seggi e ministeri.
La disfatta è il frutto delle loro teorizzazioni e delle loro azioni, e se oggi la lega dilaga nelle roccaforti operaie, se una destra populista spesso con connotazioni apertamente fasciste riesce a intercettare il voto operaio e popolare, questi sono i risultati di anni e anni di disarmo ideologico, culturale, politico della classe operaia e degli strati sociali subordinati di questo paese.

Questa banda di 'nani e ballerine' che ha inquinato e corrotto tutto ciò con cui è venuta a contatto, che ha lucrato prebende e assessorati vendendosi il consenso che migliaia di compagni ingenui e onesti avevano faticosamente accumulato in anni di sacrifici e di impegno politico volontario, nascondendo le proprie vergogne e i propri cedimenti dietro la foglia di fico della 'riduzione del danno'. Questi presuntuosi rifondatori di una teoria e di una pratica comunista mal digerita (e spesso neanche conosciuta) eppure così sprezzantemente liquidata come retaggio di un passato ormai morto. Questi seminatori di illusioni, portano sulle spalle la responsabilità di aver - nell'immediato - portato alla sconfitta le loro truppe e quella, ben maggiore, di aver fatto calare un'ombra pesante di sospetto e di sfiducia sull'idea stessa che sia possibile ricostruire una presenza autonoma dei comunisti in questo paese.
Una presenza autonoma dei comunisti che non si costruisce con le scelte volontaristiche e autoreferenziali di chi si inventa un partito e pensa di poter recuperare consensi attorno a un simbolo dietro il quale ormai ci sta solo il vuoto o al massimo il residuale affetto di qualche nostalgico.

L'opera devastante di questa 'sinistra' eclettica, pavida, opportunista cresciuta attorno alle elucubrazioni pseudo teoriche del 'comandante Fausto' ha lasciato solo macerie.

Dovremmo sbracciarci e cominciare a spalarle, cominciando a ripulire i nostri cortili dalla presenza ingombrante di quanti, responsabili a tutti i livelli di un tale disastro, oggi cercano di riciclarsi, alcuni senza che sentano nemmeno la necessità di un minimo di autocritica.
Non abbiamo bisogno di loro, non li vogliamo, la loro presenza rende più debole e meno credibile la nostra battaglia, non abbiamo bisogno di generali felloni che si mascherano da soldati per superare la bufera che si abbatte sulle loro teste.
Non abbiamo bisogno di 'costituenti', di congressi, di partiti che rinascono dalle ceneri.
Statevene alla larga dalle nostre monetine e dalle nostre scarpe risuolate per l'occasione ... e lasciateci provare a ripartire dal vuoto che avete creato attorno a voi. Attorno a noi. Attorno all'idea stessa che sia possibile una presenza organizzata dei comunisti in Italia.

15 aprile 2008

mario gangarossa
http://www.sottolebandieredelmarxismo.it

 

 

Bocciato l’arcobaleno, ora la parola tocca ai comunisti!

E’successo! Berlusconi è tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la sinistra scompare con un risultato disastroso e l’improbabile Arcobaleno è stato sonoramente bocciato dall’elettorato con il 3% senza raggiungere il quorum ne alla Camera dei Deputati ne al Senato, non ottenendo così alcuna rappresentanza istituzionale. E pensare che partiva, sulla carta (nelle elezioni del 2006) con il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza “conteggiare” la Sinistra Democratica).
Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo avevano detto. La cattiva condotta della sinistra con il governo Prodi e il “tradimento” programmatico e ideale rispetto alla grandiosa manifestazione del 20 Ottobre, la cancellazione della “Falce e del Martello”, da molti auspicata da altri contrastata ma alla fine subita per necessità, un progetto politico privo di una “missione” e certo per nulla alternativo al Partito Democratico, le stesse modalità di scelta di adesione dei partiti (non un congresso, a volte neanche la riunione degli organismi dirigenti preposti) sono il racconto obiettivo di questa disavventura… Il problema, come sempre accade in politica,è però la questione della “percezione” di quello che stava accadendo, consapevolezza che certo non albergava non solo nella maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra, ma anche in una considerevole parte dei militanti.
Bertinotti, e quelli che lo hanno seguito pedissequamente, con l’eclettismo che li ha caratterizzati, sono riusciti a fare quello che neppure ad Occhetto era riuscito: distruggere la sinistra!
Oggi ci vuole un nuovo inizio! Per