Editoriali e newsletters dei siti amici
Dalle
storiche giornate elettorali del 13 e 14 aprile scorso - a seguito delle quali
la falsa sinistra è stata cancellata dalla rappresentanza parlamentare -
nelle forze della ex Sarc si sta procedendo alla resa dei conti, chi con
maggior clamore chi sotto silenzio mediatico. Detto che alla seconda categoria
sembra appartenere solo il Pdci, che comunque appare aver assorbito bene il
colpo, resta da vedere il resto delle formazioni in campo. I Verdi
praticamente non esistono più e, per la maggior parte, si preparano ad
entrare nel partito sedicente democratico: potrebbe restare fuori l’area
movimentista che fa capo all’ex sottosegretario all’Economia - Paolo Cento
- ed al ‘momentaneamente parlamentare’ pacifista, il bolognese Mauro
Bulgarelli; è probabile che la collocazione di questi ultimi sarà
determinata da quale sarà il futuro di Sd e di Rc-Se.
Sd
appare anch’essa momentaneamente disconnessa dal mondo reale: l’ultimo
atto pubblico, a nostra conoscenza, nel quale compare è la sostituzione del
vecchio coordinatore, Fabio Mussi, con quello nuovo: Claudio Fava. Come è
ormai prassi il partito che subisce il maggior travaglio è Rifondazione: il
congresso di luglio, infatti, vedrà fronteggiarsi ben cinque mozioni
alternative. La prima, firmata da Maurizio Acerbo, vede l’area degli ex Dp
insieme con i grassiani di Essere Comunisti e gli ex ferrandiani di
Controcorrente; vede come titolo “Rifondazione comunista in movimento.
Rilanciare il Partito, costruire l’unità a sinistra. Questo congresso.
L’impegno unitario come scelta di libertà”.
La seconda, quella firmata da Nichi Vendola, è sostenuta dalla ex
maggioranza bertinottiana, con l’aggiunta di alcuni “critici” che hanno
proposto degli emendamenti, gli ex dell’area di Sinistra Critica quali
Salvatore Buonadonna; il titolo è “Manifesto per la rifondazione”. La
terza, quella di Claudio Bettarello, vede schierata l’area dell’Ernesto;
è intitolata “Rifondare un Partito comunista per rilanciare la sinistra,
l’opposizione e il conflitto sociale”.
La
quarta, quella firmata da Claudio Bellotti, è contrassegnata Falce Martello;
titolo del documento “Una svolta operaia per una nuova Rifondazione
comunista”. La quinta è sostenuta da un gruppo di battitori liberi con in
testa l’ex bertinottiano Franco Russo; titolo “Disarmiamoci: liberi/e,
pacifici/che per un congresso di discontinuità e radicalità”. Stante
l’imponente frazionamento di forze tra i documenti, si prevede un congresso
dove ‘grande sarà il disordine sotto il cielo’.
Certo,
le fasi preparatorie non aiutano a mantenere l’atmosfera calma e rilassata:
infatti, sin da subito, sono scoppiate le polemiche tra i sostenitori dei
primi due documenti, che si prevede saranno quelli che si daranno battaglia
per la vittoria del congresso, con accuse reciproche di colpi bassi.
Da
una parte i ferreriani accusano gli avversari di voler sciogliere il partito
in un grande contenitore di una indefinita falsa sinistra, dall’altra i
vendoliani respingono categoricamente l’accusa e rilanciano puntando il dito
sulla mancanza di autocritica da parte della nuova maggioranza.
Brevemente
facciamo il punto su quanto proposto dagli altri documenti in campo.
La
terza mozione, quella come detto sostenuta dai leninisti dell’Ernesto,
propone l’adesione alla “costituente comunista” in modo da ricomporre la
frattura che nel 1998 ha portato alla nascita del Pdci, le cui ragioni sono
oggi - a detta loro - superate dagli eventi. La quarta mozione - quella
dell’area trotzkista Falce Martello - propone, oseremmo dire naturalmente,
il ritorno del partito alla cultura dell’opposizione a qualunque governo
borghese.
La
quinta propone una immersione tout court nei movimenti, per il ritorno
all’unica linea che loro considerano vincente.
Per
finire torniamo alle prime due posizioni poiché, dopo aver attentamente letto
i documenti, ci troviamo in assoluto accordo con quanto affermato da Claudio
Bellotti in una recente intervista a “Liberazione”: anche noi non
riusciamo a capire quali siano le differenze politiche sostanziali tra le due
posizioni; non è un caso, ci pare, che i vari esponenti delle due mozioni si
scambino accuse di aver copiato parte dello scritto altrui. A ben vedere, però,
una differenza si nota: nel titolo della seconda mozione non compare, e
sappiamo che in politica le sfumature sono la parte importante di una
dichiarazione, l’aggettivo ‘comunista’, come se fosse intenzione degli
ex bertinottiani fuoriuscire definitivamente dalla tradizione del movimento
operaio. D’altra parte questa nostra sensazione è corroborata anche da una
recentissima dichiarazione di Baffetto da Gallipoli che nei giorni scorsi è
entrato a gamba tesa negli affari interni di un altro partito auspicando la
vittoria della posizione di Vendola in quanto questa porterebbe alla nascita
di una sinistra responsabile (leggasi subalterna al Pd) - formata dai
vendoliani e da Sd - che isolerebbe definitivamente la falsa sinistra
sedicente comunista.
Stefano
Ghio - Torino
UNO
DEI FRONTI PIU’ AVANZATI NELLA
COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO
REPORT
Una delegazione della Rete dei Comunisti e della redazione di Nuestra America, è tornata da pochi giorni da un importante viaggio in Venezuela, intenso di incontri politici, culturali, sindacali e istituzionali.
Tale viaggio si colloca in un periodo di intensa attività internazionale che ci ha permesso di documentare e di intensificare le relazioni in questi primi mesi del 2008 con le varie realtà di partiti, organizzazioni e movimenti che concretamente si stanno muovendo nella costruzione del socialismo del XXI secolo.
Questa delegazione in Venezuela, fa seguito ad una delegazione molto importante a Cuba nel febbraio scorso, alla partecipazioni ad alcuni incontri tenutisi a Parigi sulla liberazione dei 5 agenti dell’antiterrorismo cubano, sulla realtà politico-economica del Venezuela con le Associazioni europee di solidarietà, ad incontri a Londra, a Madrid e nei Paesi Baschi dove abbiamo partecipato a seminari, conferenze e importanti dibattiti sulla competizione globale che sta imponendosi e sulle ipotesi in campo sulla costruzione del socialismo del XXI secolo. In molti di questi incontri è stata presentata la rivista Nuestra America e sono stati consolidati i legami di collaborazione politici e culturali con le organizzazioni politiche e di solidarietà, con i movimenti di classe europei e latino-americani.
Questo ultimo viaggio in Venezuela ci ha permesso di conoscere meglio e di confrontarci con uno dei fronti più avanzati dello scontro di classe dove si sta costruendo concretamente un processo di transizione socialista .
Gli incontri con le organizzazioni e le istituzioni bolivariane
La delegazione ha avuto l’opportunità di effettuare incontri con organizzazioni politico-sindacali e istituzionali discutendo dei temi delle politiche economiche di alternativa che si stanno realizzando in Venezuela, trasformando il paese in una dimensione anticapitalista e di comprendere meglio come si sta costruendo il Partito Socialista Rivoluzionario convogliando in questo tutti i movimenti bolivariani, dei lavoratori e a favore di Chavez.
Abbiamo avuto anche molti incontri con il Ministero della Cultura e con la Rete Internazionale di Intellettuali in Difesa dell’Umanità partecipando anche a conferenze, dibattiti, trasmissioni radio e con interviste rilasciate anche a importanti quotidiani nazionali. In questi incontri abbiamo portato il rispetto, l’interesse e la solidarietà nostra e dei movimenti di classe europei, ai governi rivoluzionari di Cuba, Venezuela e della Bolivia e a tutti i popoli che combattono per la loro autodeterminazione e contro l’ingerenza imperialista. Centrale è stato il tema della difesa del processo di democrazia partecipativa in Bolivia e dell’attacco che le oligarchie, le multinazionali e il governo degli Stati Uniti stanno portando ad Evo Morales e al combattivo popolo boliviano attraverso l’incostituzionale referendum nella regione di Santa Cruz, dove si sta operando un tentativo per abbattere un processo di indipendenza e autodeterminazione che il popolo boliviano sta portando avanti. Il tentativo è la balcanizzazione della Bolivia e purtroppo la cosa si può allargare al resto dell’America Latina. È la guerra economica che impongono le multinazionali statunitensi e gli Stati Uniti; infatti il referendum istituzionale tenta di permettere il distacco delle zone più ricche per creare un problema economico e politico al paese, con il fine di interrompere il processo di autodeterminazione e quindi di creare il Kossovo dell’America Latina per permettere all’imperialismo economico e militare degli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza nell’area.
Il
confronto con il Partito Comunista del Venezuela
I riferimenti principali per questi incontri sono stati i movimenti chavisti che oggi si stanno unificandosi all’interno del PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela). Abbiamo avuto anche degli incontri molto positivi con il Partito Comunista del Venezuela (PCV), che da sempre appoggia Chávez, ne riconosce la leadership, dà forza e aiuta questo processo di unificazione dei movimenti chavisti che fanno parte del PSUV, salvaguardando al contempo la propria storia e identità. Il PCV è un partito che rappresenta elettoralmente circa il 3%, e ha una grossa incidenza nella storia venezuelana, nelle strutture di movimento, nel sindacato e tra i lavoratori. Negli incontri con i diversi responsabili delle strutture del PCV era d’obbligo discutere del risultato elettorale che c’è stato in Italia il 13 e 14 aprile e dare una spiegazione sul fatto che la Sinistra Arcobaleno, la cosiddetta sinistra radicale, abbia subito una profonda sconfitta, proprio perché, a differenza del PCV non sono dentro la società e non ne interpretano le trasformazioni. Trasformazioni che a volte avvengono in modo diverso da quello che è il tradizionale bagaglio culturale e storico del movimento comunista. Mentre la sinistra radicale italiana ed europea si è trasformata in un apparato elettoralista e non è più nelle lotte, nei movimenti e non interpreta le trasformazioni organizzandole in termini di classe, i compagni del PCV ci hanno spiegato come insieme al PSUV e agli altri movimenti stiano cercando di integrare le tradizioni dei movimenti operai e proletari con la tradizione e la cultura locale e degli indios, svolgendo un lavoro importante di radicamento e di formazione.
Abbiamo così potuto rafforzare le relazioni con il Partito Comunista del Venezuela, relazioni che già erano intense e forti ma che attraverso il continuo dibattito si sono ancor più consolidate.
Le
dinamiche sociali in atto nel Venezuela
Sempre sul piano politico è stato molto interessante capire anche le dinamiche sindacali e il processo di unità confederale in atto. Ora si sta tentando un percorso di unità sindacale anche considerando che la vecchia confederazione dei lavoratori in Venezuela era molto condizionata dall’occidente, dai poteri forti, dal consociativismo e dalla concertazione e dalla corruzione. Riaffermare tra i lavoratori un percorso per ridare una forte credibilità ad un sindacato di classe, è un gran lavoro che i compagni venezuelani stanno portando avanti con effetti positivi ed identitari tra i proletari e la classe operaia.
Abbiamo avuto il piacere di partecipare alla festa del 1 maggio, non una festa come qui in Europa e in Occidente di canti e di piazze per i concerti, ma la vera festa dei lavoratori con un corteo combattivo di centinaia di migliaia di lavoratori che ha attraversato tutta Caracas, con spezzoni di varie federazioni e categorie, con grande volontà di lotta antimperialista e per l’autodeterminazione. Continui erano gli slogan e le rivendicazioni a favore delle nazionalizzazioni; in Venezuela questo problema è centrale per i lavoratori perchè determina concretamente la riappropriazione dei mezzi di produzione . Durante il corteo tutti hanno accolto con entusiasmo le decisioni che Chavez aveva comunicato il giorno prima. Infatti il 30 aprile, all’interno del Teatro Teresa Carreño davanti a circa 1500 lavoratori, il Presidente Chavez ha ribadito l’importanza delle lotte di classe e la centralità del proletariato, della classe operaia nella costruzione della rivoluzione bolivariana socialista . In questa occasione Chávez ha firmato un decreto per un aumento del 30% monetario di tutti i salari minimi, diventando così il Venezuela il paese in America Latina con il salario minimo più alto. Inoltre c’è stato un grande aumento del salario non monetario, cioè Chavez ha riconosciuto un forte ticket alimentare per tutti i lavoratori, accompagnato alla gratuità di tutti i servizi essenziali: scuole, università, sanità ecc. Complessivamente la somma dell’aumento del salario diretto e di quello indiretto porta il salario medio minimo del Venezuela ad essere il 75% più alto delle medie latinoamericane; siamo a dei livelli ormai vicini, anzi migliori in termini complessivi di potere d’acquisto dei salari minimi europei.
Sempre durante l’incontro del 30 aprile, dopo la nazionalizzazione delle imprese del petrolio che era avvenuta qualche anno fa, Chavez ha decretato la nazionalizzazione del sistema siderurgico; questo è molto importante perché nell’Orinoco la siderurgia è un sistema strategico.
Importanti sono state anche le visite della delegazione alle Missioni di alfabetizzazione e scolarizzazione, di ospedalizzazione che si accompagnano ad un’opera di ricostruzione di quartieri in cui la vivibilità è a misura della dignità dell’uomo con tutti i servizi essenziali gratuiti. Abbiamo visitato anche i Nuclei di Sviluppo Endogeno che non sostituiscono le Missioni ma si accompagnano ad esse nei luoghi dove ci sono forti sacche di povertà ed emarginazione. Viene fatto una specie di quartiere-servizi in cui c’è una scuola, una clinica medica, un mercal ( i mercati statali a con i beni di prima necessità a prezzo politico aperti a tutti e per le quantità desiderate), un luogo per la ricreazione dei bambini e un centro anziani. Mentre le Missioni hanno un’ottica di creare le infrastrutture a medio lungo termine, i Nuclei invece risolvono il problema formativo, di socializzazione e sanitario immediato.
La
Rivoluzione in corso
Negli ultimi anni siamo stati altre volte in Venezuela ma abbiamo potuto verificare sempre di più come si tratti di una rivoluzione vera che sta andando avanti con una forte caratterizzazione socialista, e come in tutte le rivoluzioni si sviluppano processi di transizione che hanno all’interno ancora una contraddizione grande - poiché la lotta di classe è viva e non può essere abrogata per decreto - in quanto c’è un’opposizione minoritaria e oligarchica che però è ancora molto potente grazie ai soldi e all’appoggio delle multinazionali statunitensi, una oligarchia che ancora oggi è presente nei settori nell’esercito, nei settori statali, nelle imprese, nell’economia, nell’informazione (giornali e televisioni); una minoranza del paese che si oppone al grande blocco sociale rivoluzionario bolivariano e cerca di riportare il paese verso l’imperialismo e il controllo statunitense.
La lotta di classe è diretta e continua, rafforzando la rivoluzione bolivariana il socialismo avanza e soprattutto quel socialismo del XXI secolo che non è una parola, una entità astratta, ma una concretezza basata sulle nazionalizzazioni, sul lavoro per tutti con un degno salario, sulla redistribuzione del reddito, sulla gratuità dei servizi, sulla centralità del movimento delle donne e degli indios, con la grande idea di integrazione continentale, perché solo con un’America Latina forte e socialista ci si può contrapporre allo strapotere dell’imperialismo.
Da parte nostra continueremo a dare pieno appoggio e solidarietà politica alla rivoluzione bolivariana socialista di Chavez e a dar forza a tutti quei paesi che si muovono lungo il percorso di costruzione del socialismo del XXI secolo.
La
Rete dei Comunisti ; la
redazione di Nuestra America
Vietate
e illegali le benedizioni pasquali
I
preti non potranno più andare a benedire le case, per sentenza della Corte
Europea
STRASBURGO - La Corte Europea dei Diritti Umani ha affermato che “la libertà di manifestare le proprie convinzioni religiose comporta anche un aspetto negativo, ovverosia il diritto dell’individuo di non essere costretto a manifestare la propria confessione o i propri convincimenti religiosi e di non essere costretto ad agire in modo che si possa desumere che egli ha - o non ha - tali convincimenti. Le autorità statali non hanno il diritto di intervenire nella sfera della libertà di coscienza dell’individuo e di indagare sui suoi convincimenti religiosi, o di costringerlo a manifestare i suoi convincimenti in merito alla divinità. Questo è tanto più vero nel caso in cui una persona è costretta ad agire in tal modo allo scopo di esercitare certe funzioni, segnatamente in occasione della prestazione di un giuramento”. La Corte Europea con sentenza del 21 febbraio 2008 ha condannato la Grecia per aver costretto l’avvocato Arret Alexandridis a manifestare i propri convincimenti religiosi in occasione della prestazione del giuramento previsto per l’inizio della sua attività forense (la formula del giuramento, infatti, era predisposta in modo tale da far supporre che il giurante fosse di fede cristiano-ortodossa). La sentenza rende palese la violazione del diritto di libertà religiosa da parte delle varie confessioni religiose a cominciare dai preti della Chiesa cattolica che, durante il periodo pasquale, si presentano alle case per ‘benedirle’, oppure dei Testimoni di Geova che suonano ai campanelli per fare opera di conversione. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni dovrà emanare direttive atte a che simili illecite attività cessino. Dal Ministero dell’Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla CEI Conferenza episcopale italiana e ai Testimoni di Geova affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche, con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa (la CEDU ha liquidato 2.000 euro, nel caso di specie). Contrariamente, c’è il rischio che ogni cittadino possa sporgere denuncia penale contro qualsiasi prete della Chiesa cattolica e contro i Testimoni di Geova che si presentassero alla porta. Per scaricare la Sentenza integrale della Corte Europea: http://olir.it/ricerca/index.php?Form_Document=4616
Nelle
parole di Fini c’è la cultura della macelleria di Genova
Comunicato della Rete dei Comunisti
Le dichiarazioni del neo presidente della Camera Gianfranco Fini, pongono moltissimi interrogativi, uno più inquietante dell’altro. Ritenere meno grave che dei naziskin massacrino a morte di botte un ragazzo che bruciare la bandiera di uno stato come Israele, è una affermazione che mette i brividi, fa suonare sirene d’allarme in ogni piega della società e offende il senso comune. E’ una forma di legittimazione di quella “banalità del male”, spesso evocata ed oggi praticata da cinque figli di famiglie perbene della perbenista Verona impegnati – a modo loro – nella pulizia etnica del loro territorio.
Ma ancora peggiori sono stati i tentativi di Gianfranco Fini di precisare i contenuti di una affermazione più aberrante che infelice. Fini infatti ha replicato ricordando che la sinistra ha perso le elezioni perché ha pagato per le sue posizioni estremiste.
In questo non c’è solo il servilismo degli ultimi arrivati sulla strada della complicità con la politica israeliana contro i palestinesi, c’è il cinismo dell’odio politico contro gli avversari e contro qualsiasi espressione della sinistra nel nostro paese, un odio compresso e nascosto fino ad oggi per causa di forza maggiore e che adesso può essere manifestato senza il timore di pagarne un prezzo politico e di immagine.
E’ questo cinismo e questo odio contro la sinistra, i suoi attivisti e le sue manifestazioni che fa tornare la mente alla cabina di regia della macelleria messicana scatenata contro i manifestanti a Genova nel luglio di sette anni fa.
In molti, in Italia e all’estero, si sono domandati che cosa potesse aver scatenato tra le forze dell’ordine le brutalità e le violenze che abbiamo visto per le strade di Genova, nella caserma di Bolzaneto o alla scuola Diaz. Una spiegazione – parziale ma a questo punto emblematica – oggi ce la offrono le dichiarazioni di Gianfranco Fini che a Genova stava nella cabina di comando delle operazioni repressive.
Gianfranco Fini deve sapere chiaro e forte che in questo paese nessuno accetterà supinamente di rinunciare alla propria identità politica, alla propria storia e alla difesa della libertà di espressione politica, incluso il diritto e il dovere di mettere sotto accusa la politica di apartheid e di occupazione militare e coloniale che Israele pratica da sessanta anni contro la popolazione palestinese. Allo stesso modo riaffermiamo che sarà respinto ogni tentativo di minimizzare lo squadrismo neonazista riducendolo ad un fenomeno di bullismo. Non c’è più la voglia né il tempo di scherzare.
Sabato 10 maggio saremo in piazza a Torino anche per riaffermare che essere antifascisti significa anche lottare contro una ideologia colonialista e razzista come il sionismo.
6 maggio 2008
|
Ma chi lo paga ? perche' ormai c'e' da chiederselo, visto che ha fatto di tutto per far perdere la sinistra. Parlo di Bertinotti.All'inizio ha imposto che, nel simbolo, non ci fosse nessun riferimento grafico alla falce e martello. Contro ogni logica elettorale, la quale afferma che questo simbolo avrebbe portato almeno il 2% in piu'. Poi a Strasburgo, tre settimane fa, ha dichiarato che "la sinistra l'arcobaleno non avrebbe avuto un buon risultato", cosi', tanto per dare fiducia. Infine ieri l'altro Bertinotti continua a fare dichiarazioni per perdere voti. Le spara sempre piu' grosse per far perdere: "nel nuovo soggetto unitario il comunismo e' solo una tendenza culturale". Alle dure reazioni del Ministro Ferrero e di Grassi della segreteria nazionale del Prc, quelle della senatrice Palermi: "il Pdci mantiene autonomia e identita' comunista oggi e domani" e di Marco Rizzo: "non c'e' sinistra senza i comunisti", aggiungo una mia: chi lo paga, politicamente, per far perdere la lista "la sinistra-l'arcobaleno"? Roberto Galtieri. |
Il 10 maggio tutti a Torino
Contro la complicità italiana con i crimini di Israele
comunicato della Rete dei Comunisti
A pochi giorni dalla schiacciante vittoria elettorale nazionale e locale del centrodestra, la manifestazione indetta il 10 maggio a Torino contro la dedica ad Israele della Fiera del Libro di quest’anno rappresenta il primo appuntamento di lotta e mobilitazione contro un nuovo governo che è stato immediatamente salutato dalle autorità di Tel Aviv come “il miglior amico in Europa” della causa sionista.
Nel 60° anniversario della catastrofe palestinese l’invito ad Israele da parte dell’Ente Fiera e delle autorità politiche locali - tutte di centrosinistra! – rappresenta un’ennesima provocazione che non può passare sottosilenzio. La mobilitazione delle massime autorità dello Stato italiano e della grande stampa a copertura di questa operazione di propaganda israeliana dimostra l’importanza di questo appuntamento all’interno di una strategia che mira a spostare la politica estera italiana verso un sostegno ancora più esplicito - mediatico, economico, politico e militare – alle politiche genocide e coloniali di Israele contro il popolo palestinese e tutti i popoli del Medio Oriente. L’annuncio da parte di Berlusconi di voler cambiare le regole d’ingaggio del contingente militare italiano schierato nel sud del Libano, in modo che possa attivamente operare il disarmo o almeno il contenimento della resistenza nazionale e islamica, la dice lunga sui progetti del nuovo governo.
Al tempo stesso, sulla Fiera del Libro di Torino si gioca il tentativo da parte dell’ ”ospite d’onore” Fausto Bertinotti di rientrare in scena “da destra”, proponendosi come punta di lancia di una operazione propagandistica mirante a dipingere Israele come “un luogo dello spirito” impossibile quindi da criticare mediante le categorie della politica. Nel tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità dopo il fallimento di una linea politica liquidazionista di cui è stato il principale artefice, Bertinotti tenta ora di porsi ad un livello superpartes che lo renda una sorta di “padre nobile” di una sinistra che però utilizza sempre più i discorsi e le categorie analitiche della destra. Per questo bene hanno fatto i militanti dei centri sociali, dei sindacati di base e degli stessi partiti della sinistra a contestarne la presenza in piazza il Primo Maggio proprio a Torino.
Lo abbiamo affermato in questi anni e lo ripetiamo: di fronte all’inedia, quando non all’attiva complicità delle istituzioni e delle forze politiche nei confronti dei crimini commessi quotidianamente da Israele, non rimane che la contestazione, la denuncia, la mobilitazione. Il boicottaggio della Fiera di Torino rappresenta un legittimo e sacrosanto mezzo di lotta politica contro una scelta che riteniamo vergognosa, sbagliata e colpevole.
Il 10 maggio saremo ancora una volta a fianco dei diritti e della resistenza del popolo palestinese e per chiedere la fine di ogni forma di complicità militare, economica, diplomatica dell'Italia con Israele.
2 maggio 2008
La Rete dei Comunisti
Editoriale. E’ saltato il tappo. Per leggere il testo integrale clicca su http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Aprile08/30-04-08SaltatoTappo.htm
E’
inutile nasconderlo: siamo soddisfatti del voto di questa tornata delle
elezioni amministrative. A Massa il nuovo sindaco è un dissidente del Pd -
Roberto Pucci - che, alleato alla Sarc, ha impallinato il candidato ufficiale
del Pd; a Vicenza è stato eletto primo cittadino Achille Variati, anche lui
del Pd ma con una importante connotazione contraria alla nuova base yanqui in
città; a Viterbo l’ex tesoriere dei
DS - Ugo Sposetti - ora nel Pd, è stritolato dal suo avversario e prende
appena il 33 per cento dei suffragi. Insomma: il Pd prende scoppole ovunque,
ed è particolarmente significativo lo schiaffo che subisce a Roma. A questo
proposito facciamo notare come Pane e Cicorie sia riuscito a portare un
fascista sulla poltrona di sindaco, cosa mai accaduta dal 1946: del resto la
sfida era tra un nipote del Puzzone e uno che fa da scendiletto al Pastore
tedesco, notoriamente non distante dalle posizioni della Jugendhitler, la
organizzazione nazista della quale, in gioventù, portava la divisa e della
quale propaganda ancora adesso le idee ultrareazionarie. L’agente della Cia
Icare parla di «sconfitta grave» ma, per dimostrare di voler perseverare
nella sua strategia di annientamento di tutto ciò che resta di formalmente
democratico in Italia, si chiude nelle stanze del suo partito a piazza
Sant’Anastasia insieme con Dario Franceschini, Giuseppe Fioroni, Antonello
Soro e Giulio Santagata - guarda caso tutti vecchi democristiani, maestri nel
far apparire ciò che non è - per analizzare il risultato elettorale e
prendere la decisione di andare avanti nella sua strategia e non lasciare il
posto di segretario. Se fossimo in un Paese normale, una simile débacle
elettorale avrebbe come primissima conseguenza le irrevocabili dimissioni di
tutto il gruppo dirigente del Partito (a)democratico per manifesta incapacità
- o forse perché ormai ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato
- e la cacciata di Cicciobello dalla politica attiva, visto che ormai, in
qualunque veste si presenti, riesce solo a raccogliere sconfitte: nel 2001,
candidato presidente del Consiglio dei ministri, è stato l’artefice della
prima batosta del centrosinistra; ieri, candidato a sindaco di Roma, è stato
il responsabile del ritorno del podestà nella capitale. In due mesi il
cinefilo Uolter l’Amerikano è passato dallo slogan “Yes, we can” al più
consono “Sunset Boulevard”: infatti il Pd appare già sul viale del
tramonto.
Stefano
Ghio
Torino,
29 aprile 2008
– La fine dell’embargo israeliano e delle sanzioni USA e UE contro la striscia di Gaza
– La fine dell’occupazione militare dei territori
– La distruzione del Muro dell’Apartheid
– Il rispetto della dignità e dei diritti dei palestinesi che vivono all’interno dei confini israeliani
– Il diritto al ritorno di tutti i profughi
– La liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi
– La fine dell’alleanza diplomatica, economica e militare tra Italia e Israele
– Politiche culturali che accolgano la memoria e le ragioni degli oppressi e la critica degli oppressori
– La piena agibilità politica, in Israele, per i movimenti contro la guerra e l’occupazione
– La piena ed effettiva libertà di ricerca storica nelle università israeliane
– La liberazione di tutti i renitenti israeliani alla leva militare
di Igor Jan Occelli
Io, che ho passato la gioventù da perfetto ragazzo di sinistra dei centri sociali, vi spiego dove l’Arcobaleno ha tragicamente fallito.
“Tirez le rideau, la farce est jouèe” (chiudete il sipario,
la farsa è finita), avrebbe forse detto Rabelais assistendo
alla scomparsa della Sinistra Arcobaleno. Già, perché i
protagonisti di questa nuova compagine elettorale non si sono accorti di
essere degli attori che parlavano ad una sala vuota. Non hanno neanche
immaginato di essere anacronistici e fuori luogo: giullari di corte nell’era
democratica. E lo dico con un tuffo al cuore, con il ricordo di quando ancora
credevo alle loro parole. Ebbene sì, mi presento: sono uno di quelli
che
per anni ha votato per loro. Uno dei ragazzi romani che l’adolescenza l’ha
passata nei centri sociali. Che andava alle loro
manifestazioni e credeva nelle loro parole. Uno per cui tutte le chiacchiere
che adesso girano sul presunto colpevole di questa disfatta, il tanto odiato
voto utile, non trovano spazio. Per me, loro oramai molto ex elettore, ecco
chi sono i responsabili.
Primo, il capo assoluto. Lui, sempre e solo lui: Fausto Bertinotti. Uno che non si capisce se tiene più al potere o alla pipa. Voleva un “ruolo istituzionale” quando è entrato al governo e Prodi lo ha subito accontentato. Ma appena uscito non c’è stato spazio per nessuno: a guidare la Sinistra Arcobaleno poteva essere solo un uomo, se non altri che lui. Ed è proprio a Bertinotti che vanno imputate le colpe maggiori. Il suo parlare snob, la sua grande cultura e i suoi modi intellettualoidi faranno presa sui figiciotti, sui figli di papà che amano votare a sinistra, ma alla gente come me fanno rabbia. Può dire quante volte vuole che lui i suoi maglioni li compra al mercato di via Sannio, ma credo che l’unica cosa che conosca di questo mercato sia la sua ubicazione geografica.
Se mai ha pensato di rappresentare una fantomatica quanto oramai
inesistente classe operaia farebbe bene a capire una cosa: si
è sbagliato. L’operaio quanto lo sente parlare cambia canale. L’operaio
di una persona come lui non sa che farsene. Ma forse il signor Bertinotti,
troppo abituato a frequentare i salotti buoni, non si è accorto che noi, gli
ultimi, i poveri, della sua faccia ne avevamo abbastanza. Neanche quando il
vento si è alzato e sono usciti fuori i movimenti ha pensato bene di
sloggiare o ringiovanire il suo partito. Con i vecchi metodi imparati alla
famosa scuola di Ariccia (il centro dove venivano formati i
dirigenti comunisti) ha pensato bene di inglobarli a sé. Ci ha provato, vedi
il caso Caruso, ma ha fallito perché non ha capito che le
istanze di questi erano diverse da quelle sue e del suo partito. Ma lui
niente, imperterrito al suo posto. E intanto noi, gli ultimi, i poveri, lo
sentivamo parlare di “lotta di classe”, “classe operaia”
altre cose di questo tipo, ma volevamo gridargli una cosa che forse non
sapeva: “Abbiamo una notizia per lei signor Bertinotti:
il comunismo è morto! Caput! Fine!”.
Nella sua ignoranza completa della vita, quella vera, non ha capito che in Italia il tessuto imprenditoriale è rappresentato per il novanta percento da microimprese con meno di cinque dipendenti. Aziende dove nella stragrande maggioranza dei casi dipendenti e imprenditori lavorano fianco a fianco. Dove la “lotta di classe” non si sa dove stia di casa. Evidentemente a lui questo ad Ariccia non l’hanno insegnato, o forse era assente a quella lezione.
Secondo, i Verdi. Anche loro hanno gran parte della colpa. La loro radicalizzazione sulle questioni ambientali da molti può essere vissuta come coerenza, per noi, sempre noi, gli ultimi, i poveri, è vista come intransigenza. Come incapacità di accettare la dialettica democratica. Il compromesso è il sale di questa, mentre i “no” duri e puri ne sono estranei. In tutti questi anni hanno detto no a tutto, dalla Tav ai termovalorizzatori, senza mai però portare sul tavolino alternative valide: o utopia o niente. Le colpe del disastro napoletano ricadono anche su di loro, in primis Pecoraro Scanio, perché non hanno saputo analizzare a fondo la questione dei rifiuti così com’è nel capoluogo campano, con le discariche completamente in mano alla camorra. Lì, dire no a qualcosa vuol dire condannare la gente a morire.
Terzo, Diliberto. E siamo giunti al momento clou: il partito dei comunisti italiani. O meglio al loro leader. Perché è lui che ha mandato via molti di noi, ancora gli ultimi, i poveri, dallo schieramento della Sinistra Arcobaleno. Perché quando dice di voler portare la salma di Lenin in mostra a Roma la si prende per una battuta, anche se non lo è. Ma quando vola a Cuba a firmare un protocollo d’intesa con Fidel Castro, a noi ci viene la pelle d’oca. Siamo cresciuti con il sogno del Che, ma ci siamo svegliati quando abbiamo capito che quello cubano era un regime cche si può descrivere con un solo termine: dittatura. E quando uno Stato non permette ai propri cittadini di esprimere liberamente il proprio pensiero, non c’è intesa che possa esserci. Tanto più se si è il leader di un partito che ha nel nome la parola Italia, che per lui dovrebbe essere sinonimo di democrazia e repubblica. Sarebbe stato quindi impensabile, per la gente come me, votare una persona come lui.
Partendo da questo spero davvero che tutti insieme siano capaci di guardare in faccia la realtà. Non nascondersi dietro la solita foglia di fico e pensare di costruire davvero qualcosa di alternativo ai due schieramenti. Ne avremmo bisogno tutti quanti, noi ex loro elettori, ma anche tutta l’Italia.
(immagini di Marcelloperas)
Per
costruire una alternativa al fallimento del ceto
politico della sinistra
“Cresce
l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà
della sinistra di classe e alternativa nel nostro
paese. E’ ormai evidente come in Italia si vada
chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo
di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale”. Questo
era quanto scrivevamo nel gennaio scorso in una Lettera Aperta ai comunisti
e alla sinistra.
1.
L’esito delle elezioni, il disastro storico e politico prodotto
dall’esperienza della Sinistra Arcobaleno, la
profonda frattura - drammaticamente confermatasi - tra le istanze della
sinistra, l’opzione comunista e i settori popolari nel nostro paese,
impongono di procedere con rapidità verso un confronto a tutto campo teso a
costruire momenti di tenuta e di rilancio di un percorso comune tra le forze
che non intendono accettare la sconfitta storica della sinistra e dei
comunisti. Una discussione non formale ma orientata ad
affrontare alcuni snodi teorici e politici irrisolti non più rinviabili.
2. I risultati elettorali ci consegnano una quadro politico in continuità con il clima reazionario emerso in Italia in questo ultimo quindicennio. La pesante vittoria del blocco di centro-destra non è una svolta repentina della situazione ma la “rivelazione” della realtà e delle istanze vendicative sul piano sociale. Sotto tiro sono stati, e lo saranno ancora di più, i lavoratori, i sindacati, gli immigrati, i dipendenti pubblici.
Si stanno materializzando quelle variegate manifestazioni dell’odio di classe egemonizzato e pilotato dalla destra. Un odio assai confuso, molto articolato e alimentato dalla crescita vertiginosa del degrado e del disagio sociale, e che conforma ormai il rapporto tra pezzi consistenti della società con la politica.
3.
Tale processo coincide con la vera e drammatica novità emersa da queste
elezioni: la scomparsa della sinistra storica dallo scenario parlamentare
manifestatasi attraverso il fallimento completo dell’operazione Sinistra
Arcobaleno. Uno scenario che insieme all’affermazione autoritaria
del bipartitismo richiama molto da vicino
situazioni analoghe in altri paesi dell’Europa e che conforma
l’anomalia italiana alle esigenze
di una crescente competizione globale.
4. Il risultato fallimentare della Sinistra Arcobaleno alle elezioni del 13 aprile rappresenta in un certo senso l’onda lunga “dell’effetto 9 giugno”, quando i quartieri generali della “sinistra radicale” (PRC, PdCI, SD,Verdi) si trovarono in piazza da soli e senza il loro popolo che aveva invece scelto di manifestare alternativamente alle indicazioni di un ceto politico non più credibile e subalterno alle compatibilità istituzionali. I gruppi dirigenti che hanno vita alla Sinistra Arcobaleno si sono negati ad una autocritica ed a una riflessione su quella debacle e non ne hanno compreso il messaggio. Dieci mesi dopo hanno pagato la supponenza e l’arroganza con cui in questi quindici anni hanno gestito tutti i passaggi politici che hanno portato sistematicamente alla crisi esplosa clamorosamente con l’annunciato flop elettorale del 13 e 14 aprile.
5. Sul piano sindacale e sociale il ceto politico che da almeno venti anni ha occupato la rappresentanza della sinistra e dei comunisti in Italia, i loro giornali e il loro spazio pubblico, ha impedito con tutti i mezzi ogni rottura con la cultura delle compatibilità, la logica riformista e ipotecato ogni seria riflessione sulla rappresentanza politica degli interessi popolari e di classe.
Il ceto politico dominante nella sinistra “storica” non ha solo lottato per la propria auto-conservazione, ma ha bloccato lo sviluppo delle organizzazioni sindacali di base e di movimenti sociali autonomi, ha ostacolato e sbeffeggiato ogni ipotesi di ricostruzione effettiva di un punto di vista comunista della realtà, ha osteggiato e marginalizzato ogni ipotesi indipendente della e nella sinistra di classe del nostro paese.
6. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Tale deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista nel nostro paese ma ripropone come strategica una subalternità riformista e neo-keynesiana, fuori tempo massimo, che ipoteca pesantemente il futuro.
Dall’altro la reazione a questa deriva rischia di alimentare solo disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità piuttosto che un tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza che non si sottragga, però, ad una verifica rigorosa con le contraddizioni accumulate e non risolte negli anni.
7.
Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di
confronto unitario tra i movimenti politici e sociali, tutte le
soggettività della sinistra di classe e dell’esperienza comunista che non
sottovalutino più o diano per scontato il rapporto tra la loro funzione e i
settori sociali che possono ricomporre un blocco sociale antagonista.
Nessuno oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti
comunisti al
governo più impopolare degli ultimi venti anni abbia prodotto risultati
devastanti sul piano della credibilità della
sinistra e dell’opzione comunista a livello sociale e popolare.
Rilanciamo
dunque la proposta di organizzare in modo condiviso un Incontro Nazionale di
confronto, analisi, proposte da tenersi a metà maggio. La resistenza alla
dissoluzione di una ipotesi comunista e della
sinistra nel nostro paese e l’opposizione al blocco reazionario comincia
già da oggi.
E' toccato a Pier Ferdinando Casini esprimere il suo sentito dispiacere a un
Bertinotti ormai alla fine della sua avventura politica: 'Se Bertinotti e il suo
partito non entrano in Parlamento - è stato il suo commento mentre i dati
ufficiali vedevano l'Arcobaleno fermo poco più su del 3% - sarebbe un dato
fortemente negativo perché se le estreme sono in Parlamento canalizzano la
protesta'.
Poche parole, chiare, a sintetizzare quello che per i nostri avversari è stato
il ruolo della 'sinistra antagonista' in questi anni.
Canalizzare il dissenso. Rendere compatibile con le regole del sistema
democratico (borghese) la presenza di una opposizione sociale. Impedire che
questa opposizione sociale mettesse in discussione non solo gli equilibri
politici e le politiche dei vari governi ma le basi stesse su cui si fonda il
sistema di sfruttamento capitalistico.
Parole chiare anche nei tanti interventi di 'autorevoli' esponenti politici e di
'attenti' commentatori che in queste ore hanno ripreso la sostanza del commento
di Casini.
In tutti il dispiacere per aver perso un interlocutore 'responsabile', e una
preoccupazione appena accennata.
La preoccupazione che, fallite le illusioni di chi pensava di poter condizionare
i poteri forti e il loro esecutivo, chiusa con una pesante sconfitta
l'esperienza del governo amico, archiviata la bufala di un'alleanza progressista
che avrebbe dovuto 'fare piangere i ricchi', la parola ritorni alle piazze,
all'organizzazione autonoma (non canalizzata e non canalizzabile) delle classi
subordinate, alla lotta di classe.
Da buon democristiano Casini sa bene che il problema del consenso e della
governabilità non si risolve con l'ingegneria istituzionale e con la
semplificazione imposta dai marchingegni della legge elettorale.
Sa che c'è un'area di disagio sociale che non ha rappresentanza e si pone il
problema del controllo di quest'area la cui potenzialità eversiva finora era
stata ben controllata dalla policamente corretta rappresentanza bertinottiana e
dalla subordinazione all'interno del quadro istituzionale del partito della
rifondazione comunista.
La scomparsa della sinistra arlecchino lascia uno spazio vuoto ed è normale che
i più attenti fra i commentatori politici e i rappresentanti dei padroni si
domandino chi e cosa lo riempirà.
Quali generali marceranno domani alla testa di un esercito oggi in rotta ma che
non può non porsi il problema della sua riorganizzazione perché per chi 'non
ha nulla da perdere tranne che le proprie catene' organizzarsi per resistere -
prima - e per emanciparsi - dopo - è l'unica scelta possibile di sopravvivenza.
E soprattutto la sconfitta elettorale dell'Arcobaleno viene letta per quello che
realmente è. La fine della capacità egemonica su una fascia consistente
dell'opposizione di classe da parte di un gruppo dirigente (oggettivamente) al
servizio degli interessi del capitale, un gruppo dirigente 'responsabile',
perfettamente integrato nei meccanismi di governo a tutti i livelli, e a tutti i
livelli corresponsabile dell'amministrazione e del buon funzionamento della
macchina burocratica amministrativa statale.
Al contrario di Casini e dello stesso Fini, che è perfino arrivato a immaginare
un tavolo di confronto (sic) fra il governo e le opposizioni rimaste fuori dal
parlamento, la scomparsa dalle aule parlamentari di Bertinotti e dei suoi
arroganti colonnelli (dal paese reale erano scomparsi da tempo avendo
contribuito al massacro degli strati sociali di riferimento perpetrato dal
governo Prodi ) non ci farà versare una lacrima.
Ne tantomeno rimpiangeremo i Diliberto e i Cento, bombardatori della Jugoslavia,
servi sciocchi di un centrosinistra di cui hanno condiviso ogni scelta e di cui
fino all'ultimo hanno rimpianto l'accogliente protezione che gli garantiva seggi
e ministeri.
La disfatta è il frutto delle loro teorizzazioni e delle loro azioni, e se oggi
la lega dilaga nelle roccaforti operaie, se una destra populista spesso con
connotazioni apertamente fasciste riesce a intercettare il voto operaio e
popolare, questi sono i risultati di anni e anni di disarmo ideologico,
culturale, politico della classe operaia e degli strati sociali subordinati di
questo paese.
Questa banda di 'nani e ballerine' che ha inquinato e corrotto tutto ciò con
cui è venuta a contatto, che ha lucrato prebende e assessorati vendendosi il
consenso che migliaia di compagni ingenui e onesti avevano faticosamente
accumulato in anni di sacrifici e di impegno politico volontario, nascondendo le
proprie vergogne e i propri cedimenti dietro la foglia di fico della 'riduzione
del danno'. Questi presuntuosi rifondatori di una teoria e di una pratica
comunista mal digerita (e spesso neanche conosciuta) eppure così
sprezzantemente liquidata come retaggio di un passato ormai morto. Questi
seminatori di illusioni, portano sulle spalle la responsabilità di aver -
nell'immediato - portato alla sconfitta le loro truppe e quella, ben maggiore,
di aver fatto calare un'ombra pesante di sospetto e di sfiducia sull'idea stessa
che sia possibile ricostruire una presenza autonoma dei comunisti in questo
paese.
Una presenza autonoma dei comunisti che non si costruisce con le scelte
volontaristiche e autoreferenziali di chi si inventa un partito e pensa di poter
recuperare consensi attorno a un simbolo dietro il quale ormai ci sta solo il
vuoto o al massimo il residuale affetto di qualche nostalgico.
L'opera devastante di questa 'sinistra' eclettica, pavida, opportunista
cresciuta attorno alle elucubrazioni pseudo teoriche del 'comandante Fausto' ha
lasciato solo macerie.
Dovremmo sbracciarci e cominciare a spalarle, cominciando a ripulire i nostri
cortili dalla presenza ingombrante di quanti, responsabili a tutti i livelli di
un tale disastro, oggi cercano di riciclarsi, alcuni senza che sentano nemmeno
la necessità di un minimo di autocritica.
Non abbiamo bisogno di loro, non li vogliamo, la loro presenza rende più debole
e meno credibile la nostra battaglia, non abbiamo bisogno di generali felloni
che si mascherano da soldati per superare la bufera che si abbatte sulle loro
teste.
Non abbiamo bisogno di 'costituenti', di congressi, di partiti che rinascono
dalle ceneri.
Statevene alla larga dalle nostre monetine e dalle nostre scarpe risuolate per
l'occasione ... e lasciateci provare a ripartire dal vuoto che avete creato
attorno a voi. Attorno a noi. Attorno all'idea stessa che sia possibile una
presenza organizzata dei comunisti in Italia.
15 aprile 2008
mario gangarossa
http://www.sottolebandieredelmarxismo.it
E’successo! Berlusconi è tornato, anche grazie a Veltroni, mentre la
sinistra scompare con un risultato disastroso e l’improbabile Arcobaleno è
stato sonoramente bocciato dall’elettorato con il 3% senza raggiungere il
quorum ne alla Camera dei Deputati ne al Senato, non ottenendo così alcuna
rappresentanza istituzionale. E pensare che partiva, sulla carta (nelle elezioni
del 2006) con il 10,2% alla Camera e l’11,6% al Senato (sommando i risultati
di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi e addirittura senza
“conteggiare” la Sinistra Democratica).
Qualcuno potrà obiettare che quell’aggettivo “improbabile” poteva essere
usato anche prima. Modestamente, alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, lo
avevano detto. La cattiva condotta della sinistra con il governo Prodi e il
“tradimento” programmatico e ideale rispetto alla grandiosa manifestazione
del 20 Ottobre, la cancellazione della “Falce e del Martello”, da molti
auspicata da altri contrastata ma alla fine subita per necessità, un progetto
politico privo di una “missione” e certo per nulla alternativo al Partito
Democratico, le stesse modalità di scelta di adesione dei partiti (non un
congresso, a volte neanche la riunione degli organismi dirigenti preposti) sono
il racconto obiettivo di questa disavventura… Il problema, come sempre accade
in politica,è però la questione della “percezione” di quello che stava
accadendo, consapevolezza che certo non albergava non solo nella maggioranza dei
gruppi dirigenti dei partiti della sinistra, ma anche in una considerevole parte
dei militanti.
Bertinotti, e quelli che lo hanno seguito pedissequamente, con l’eclettismo
che li ha caratterizzati, sono riusciti a fare quello che neppure ad Occhetto
era riuscito: distruggere la sinistra!
Oggi ci vuole un nuovo inizio! Per